Sul metodo psicoterapeutico di Jung – Mariano Lizzadro

Carl Jung

“Molto spesso i fenomeni psichici accadono quando meno ce li aspettiamo ed indicano una via che bisogna seguire.
La via da seguire non la si può insegnare l’unica cosa che si può fare è seguirla”
(cit. dal Libro Rosso di Carl Gustav Jung).

Il mio incontro con l’Opera di Carl Gustav Jung avvenne all’incirca una ventina di anni fa. All’epoca ero uno studente della facoltà di Psicologia di Roma. Furono le lezioni del professore Aldo Carotenuto, che era un noto studioso del pensiero Junghiano, a farmelo conoscere ed apprezzare. A me rimasero talmente impresse le lezioni di Aldo Carotenuto che poi alcuni anni dopo feci la tesi di laurea proprio con lui. Ogni tanto nel corso di questa ventina di anni il pensiero di Jung mi è venuto a trovare, ogni tanto ha bussato alle porte della mia anima, sussurrandomi di voler entrare ma io tante volte sono stato sordo a questa mia esigenza interiore. E allora adesso, nel mio piccolo, nel tentativo egoistico di capire meglio la Sua Opera sto cercando di scrivere questo piccolissimo scritto sul metodo psicoterapeutico di Carl Gustav Jung. Lo faccio per me stesso, perché sono interessato a comprendere il Suo metodo psicoterapeutico. In altre parole mi interessa riuscire a capire come faceva a curare le persone che avevano dei disagi psicologici e che si rivolgevano a Lui. Chiedo scusa agli studiosi del pensiero Junghiano, per essermi arrogato il diritto di parlarne pur non avendo i titoli per poterlo fare e soprattutto per aver arbitrariamente non considerato altri molteplici aspetti dell’Opera e del pensiero di Carl Gustav Jung. Infatti ci sarebbero tantissimi modi per poter parlare dell’opera e del pensiero di Jung, ma io decido di evitare di parlare ad esempio di Alchimia, di Religione, di Antropologia nel tentativo di descrivere il Suo metodo psicoterapeutico tout court, essendo cosciente che così facendo vado incontro ad una “desertificazione” della lingua, ricco com’è il Suo linguaggio di metafore, intuizioni e conoscenze. Questa necessità spiega in parte anche l’uso del linguaggio scelto, una “sorta” di uso ed abuso delle parole: psicoterapeuta, paziente e psicoterapia che come una piccola mitragliatrice vengono “sparate” in continuazione nel testo. Questo uso / abuso di questi termini è dovuto forse anche ad un esigenza di sintetizzare, per cui il testo è pieno di piccole frasi che si susseguono apparentemente senza senso, ma in realtà il senso è quello di tentare di spiegare a me stesso il metodo psicoterapeutico di Carl Gustav Jung. Un’ultima cosa: le esigenze interiori e personali che mi stanno spingendo a scrivere queste poche righe sul metodo psicoterapeutico di Jung corrispondono anche ad un fatto pratico e cioè al fatto che scrivendo di una cosa che ci interessa compiano una duplice azione: la fermiamo e la facciamo nostra nel senso che la capiamo e ne depotenziamo l’effetto su noi stessi. Dopo tutte queste mie chiacchiere avventuriamoci nel metodo psicoterapeutico di Carl Gustav Jung, io nel mio piccolo cerco di farvi strada.
La psicoterapia rientra all’interno di quelle discipline che servono per curare le persone che soffrono di disagi psicologici. Lo psicoterapeuta abbandona ogni pretesa di curare con il suo sapere e si mette in relazione con chi soffre, altrimenti la cura sarà inefficace. Lo psicoterapeuta se crede nel suo metodo e se è un individuo autentico può riuscire nella sua opera. Il terapeuta non agisce da solo ma insieme al paziente, dato che lo psicoterapeuta non è colui che sa, che giudica, che consiglia, ma è un individuo che partecipa al processo di cambiamento che si definisce: cura psicologica. Quindi ciò che “cura” è la relazione, il rapporto che si crea fra paziente e psicoterapeuta. La guarigione psicologica implica un cambiamento che Jung definisce “individuazione” ossia diventare quello che si è in realtà. Il processo di guarigione mobilita forze nascoste, situate dentro ognuno di noi e che hanno a che fare con forme antiche e primordiali presenti anch’esse nell’inconscio collettivo, i cosiddetti “archetipi”. Il lavoro che il paziente compie integrando i propri contenuti inconsci porta quest’ultimo a guarire. La psicoterapia non è un cammino facile da compiere; in quanto porta il paziente e lo psicoterapeuta ad uscire dal recinto delle spiegazioni ovvie e fallimentari che hanno portato la persona definita “paziente” a soffrire fin a quel momento; e ad avventurarsi nel cammino della vita. La psicoterapia implica un’assunzione di responsabilità da parte di entrambi e richiede un confronto serrato con il proprio inconscio. Durante una psicoterapia vengono incoraggiati, l’introspezione, l’analisi dei sogni, l’immaginazione attiva ed altri metodi affinché il paziente si renda man mano cosciente dei propri limiti interiori che spesso egli stesso si è autoimposto o che gli sono stati imposti dagli altri con cui interagisce ed allo stesso tempo entra in contatto con l’inconscio collettivo e poi con la sua creatività. Lo psicoterapeuta più che curare” può solo facilitare il processo curativo che avviene nel paziente. Egli può solo contribuire allo sviluppo delle potenzialità creative del paziente. Lo psicoterapeuta ne sa di meno o al massimo esattamente quanto il paziente riguardo a ciò che fa soffrire il paziente stesso, solo che sforzandosi di cercare altre vie, altre soluzioni riesce in questo modo a far si che il paziente riesca ad attivare risorse rimaste sopite nella sua anima, nella sua interiorità. Secondo Jung è importante che lo psicoterapeuta incoraggi il paziente a trovare la propria forma espressiva, non importa se verbale o scritta o corporea o pittorica o scultorea, importante è che possa essere utilizzata dal paziente stesso per esprimere i contenuti che man mano vengono fuori durante il percorso psicoterapeutico in forma di sogni, ricordi, immagini, pensieri e sintomi. Questa materializzazione dei contenuti inconsci permette di impadronirsi di loro e quindi di non subirne passivamente la loro presenza ed inoltre una volta capito il modo, questo metodo può essere applicato in futuro nel caso si ripresentasse un nuovo contenuto inconscio. La psicoterapia è un processo dialettico in cui chi cura è coinvolto alla pari con chi viene curato e allora è di fondamentale importanza che lo psicoterapeuta guardi con maggior attenzione anche a ciò che accade dentro lui. Dunque è fondamentale un costante allenamento all’ascolto ed all’auto ascolto. Una “sorta” di attenzione ai propri sommovimenti interiori, alle cose che accadono nell’interiorità dello stesso psicoterapeuta. Gran parte della riuscita di una cura psicoterapeutica consiste nella capacità da parte dello psicoterapeuta di riuscire a guardarsi dentro, dato che si può cambiare, spostare, sistemare qualcosa nel paziente solo se si è in grado di farlo innanzitutto dentro se stessi. Non è un male se ci si sente feriti, se si rimane senza parole, ascoltando ed interloquendo con un paziente dato che si può guarire la ferita di un’altra persona nella misura in cui si riesce ad auto guarire la propria ferita. Lo psicoterapeuta può solo osservare e cercare di comprendere i tentativi di auto guarigione messi in atto dalla natura stessa. Siccome tra coscienza ed inconscio esiste un rapporto di compensazione dato che l’inconscio che tende alla totalità produce in continuazione simboli per la propria coscienza che ne è una sua parte, allora l’obiettivo della psicoterapia è sempre quello di integrare i contenuti inconsci nella coscienza. Ossia in ultima analisi di comprendere questi simboli, integrandoli nella vita del paziente. Il trauma psicologico, anche detto “complesso”, è una ferita che basta che la si sfiori e produce una tempesta di emozioni incontrollate. Il trauma dunque è un complesso a tonalità affettiva. L’abreazione ossia la ripetizione drammatica durante una psicoterapia del momento traumatico è di per se terapeutica, ma da sola non basta, infatti un complesso a tonalità affettiva ha una vita propria indipendente dalla nostra sfera cosciente e per essere integrato nella coscienza c’è bisogno della relazione con il terapeuta di modo che il paziente possa permettersi di ripeterla. Ossia che egli possa permettersi di rivivere il momento drammatico, potendo contare sulla “spalla forte” dello psicoterapeuta. Il rapporto molto intenso, tipico di ogni analisi del profondo, fra paziente e psicoterapeuta è detto traslazione.
La traslazione “serve” al paziente a compensare lo squilibrio dato dal suo imperfetto rapporto con la realtà. Il rapporto di traslazione è inevitabile e terapeutico nella misura in cui permette allo psicoterapeuta di comprendere, di assimilare i contenuti della psiche del paziente e contemporaneamente permette di inglobare nella psiche dello stesso paziente la figura dello psicoterapeuta. Ossia il rapporto di traslazione “funziona” se permette al paziente di poter narrare i suoi contenuti psichici ed al contempo di poter “investire” lo psicoterapeuta delle proprie proiezioni inconsce. Scopo del rapporto di traslazione è quello di far raggiungere al paziente una comprensione dei propri contenuti inconsci che sono il motivo della sua sofferenza ed in ultima analisi anche ad affrancarsi dalla figura dello psicoterapeuta. La traslazione è il rapporto fra l’equilibrio e la sanità mentale dello psicoterapeuta e il disequilibrio e il turbamento del paziente, ed è l’elemento curativo principale. In genere la traslazione si attiva quando ci si trova dinanzi a precise condizioni, dunque non è sempre detto che durante una psicoterapia si giunga a doversi confrontare col cosiddetto fenomeno della traslazione. In pratica quando i contenuti inconsci emergono o per un abbassamento del livello della coscienza come ad es. nel caso di un disagio grave o perché si siano semplicemente attivati allora in questi casi si può instaurare una relazione di traslazione. Un contenuto inconscio viene attivato e questa sua attivazione sottrae energia psicologica alla coscienza ragion per cui durante l’incubazione del suddetto contenuto inconscio si può notare un vero e proprio abbassamento del livello di energia psichica nella coscienza della persona, nel paziente. Durante la traslazione può anche capitare che al rapporto cosciente fra psicoterapeuta e paziente si opponga il contenuto inconscio attivato, che con la sua proiezione può rendere vano ogni sforzo terapeutico. E’la situazione che diventa incomprensibile a causa dell’attivazione del contenuto inconscio e può anche succedere che il contenuto della relazione diventi caotico. Questo contenuto inconscio attivato non può essere compreso ed integrato direttamente nella coscienza ma bensì in maniera indiretta, a ritroso ossia seguendolo nella sua proiezione. Infatti si sa che l’inconscio parla solo il linguaggio della proiezione, mediante i sogni, le visioni, le illuminazioni ed i disagi psicologici. Fondamentale è che lo psicoterapeuta si sforzi per comprendere i simboli inconsci che emergono durante una psicoterapia, che faccia un’opera di traduzione del linguaggio inconscio. Per affrontare i contenuti inconsci ci vogliono pazienza, perseveranza, sapere e conoscenze da parte dello psicoterapeuta e da parte del paziente occorre l’impiego delle sue forze migliori, dato che durante una psicoterapia si deve mettere in conto che si ha a che fare con il dolore. Quindi si può ben affermare che una psicoterapia non è mai un fenomeno facile da affrontare come tante persone tendono a pensare ma che anzi è una cosa talmente seria e che richiede tanta pazienza e tanto impegno da parte dello psicoterapeuta e del paziente. L’atteggiamento dello psicoterapeuta deve essere sempre autentico pena il fallimento della cura, inoltre ci si deve rendere conto che la materia inconscia con cui si ha a che fare è una materia viva, che riguarda la vita. Il paziente e lo psicoterapeuta non devono perdersi nelle molteplici e contraddittorie tendenze dell’inconscio, ma devono piuttosto riuscire a comprenderle cercando di unificarle tutte in un unità superiore che semplicemente le comprenda. Il terapeuta osserva durante il confronto con l’inconscio che la presunta unitarietà del paziente inizia a vacillare a causa e grazie al confronto con la propria “Ombra”. La propria “Ombra” contiene tutto ciò che fino a qualche tempo prima era proiettato sugli altri ma che ora un po’ alla volta viene fatto risalire a se stessi. Il passaggio è dal pensare che la colpa del proprio disagio sia attribuibile ad un qualcosa di esterno al paziente stesso come ad es. la propria famiglia o l’ambiente in cui si vive, al comprendere che è il suo stesso agire ad essere causa del proprio male, ossia che è l’agire dello stesso paziente ad essere foriero di sofferenza. Il confronto con la propria “Ombra” è una delle fasi iniziali del processo psicoterapeutico Junghiano. Dopo i primi incontri fra paziente e psicoterapeuta si crea una relazione a cui può fare seguito una sorta di “familiarizzazione” inconscia fra i due, cioè in altre parole il paziente proietta sulla figura dello psicoterapeuta tutte le relazioni che fino a prima dell’incontro egli aveva coi propri familiari e con il proprio ambiente. Tutto questo processo, nato da questa traslazione rappresenta il primo passo nella psicoterapia e rappresenta inoltre anche il primo compito dello psicoterapeuta che deve confrontarsi con queste immagini che il paziente gli proietta addosso. E’ solo comprendendo a fondo l’opera della traslazione su se stesso che lo psicoterapeuta può cercare di aiutare il paziente aiutandolo a discernere fra le sue proiezioni inconsce. Comprendendo le proprie proiezioni inconsce, il paziente inizia a compensare e ad integrare la sua personalità. Se la traslazione rimane inconscia cioè se continua ad essere proiettata genera una regressione o anche una dissociazione psichica, il che vuol dire che quando compare nel corso di una psicoterapia bisogna volente o nolente fare i conti con essa dato che da un lato si può essere certi che prima o poi ritornerà a fare visita e dall’altro lato è un segno inequivocabile del processo d’individuazione in atto, indipendente dalla volontà cosciente di entrambi: paziente e psicoterapeuta. Il processo di individuazione ha un duplice aspetto: da un lato è un processo di integrazione psicologico interiore individuale e soggettivo e dall’altro lato è un processo psicologico oggettivo di relazione. Questi due aspetti sono inseparabili. Dunque quando lo psicoterapeuta ha a che fare col fenomeno della traslazione deve essere cosciente che ha a che fare innanzitutto con se stesso, con la propria anima. Quando il processo psicoterapeutico ha intrapreso il proprio cammino, ci si trova quasi nudi uno di fronte all’altro, psicoterapeuta e paziente, in particolare il paziente si mostra per quello che è senza le finzioni che erano dovute alla maschera dell’adattamento alle condizioni di vita che inconsciamente portava quasi per sopportare il dolore della propria ferita. La maschera è l’”Ombra”. Se si riesce ad integrare la propria “Ombra” nella sfera cosciente, ossia se viene integrata nell’Io, ci si può cominciare ad avvicinare alla totalità, ossia il processo d’individuazione può procedere o meglio sta già procedendo. Un passaggio importante nella psicoterapia junghiana è appunto rappresentato dall’integrazione dei processi inconsci proiettati sugli altri all’interno della coscienza processo che si definisce: “integrazione della propria Ombra nel proprio Io”. La nudità a cui ci si riferiva sopra è semplicemente il fatto che l’Io e l’”Ombra” non sono più scissi e divisi ma essendo uniti permettono al colloquio fra psicoterapeuta e paziente di penetrare a fondo senza più gli infingimenti della maschera. Cioè il processo psicoterapeutico inizia a toccare temi ed argomenti che mettono a nudo paziente e psicoterapeuta. Il passo successivo consiste nel rendersi conto delle proiezioni dell’Anima, che implica uno sforzo notevole, quasi sovrumano. Infatti citando lo stesso Jung: “ … se il confronto con la propria Ombra è opera da apprendista il confronto con l’Anima è opera da maestri …”. L’archetipo dell’Anima è universale e si può presentare in immagini che racchiudono entrambi i sessi, nelle rappresentazioni mitologiche, alchimistiche e religiose. L’Anima è importante nella psicologia dei maschi, si presenta in tutti i campi della vita affettiva. In pratica dovunque ci si trova a contatto con le emozioni e gli affetti si può dire che ci sia lo zampino dell’Anima. Come tutti gli archetipi anche l’Anima contiene aspetti positivi ed aspetti negativi e per confrontarsi con la propria Anima ci vuole una vita intera fatta di comprensione e intuizione, di amore e di pazienza. Una dote spesso sottovaluta ma fondamentale che lo psicoterapeuta deve possedere e cercare di rafforzare sempre è la pazienza, dato che ciò che non sopporta lo psicoterapeuta non lo sopporta nemmeno il paziente. Mentre l’”Ombra” appartiene all’Io, sia l’Anima negli uomini che l’Animus nelle donne appartengono alla sfera dell’inconscio collettivo. Dunque non sono visibili se non nelle proiezioni inconsce e dunque per essere capiti ed integrati nella coscienza richiedono uno sforzo immenso. L’Anima per così dire è vagamente riconoscibile nella psicologia del tipo di donna che attira l’uomo e viceversa l’Animus per le donne è vagamente riconoscibile nella psicologia del tipo di uomo con cui si hanno legami sentimentali. Schematicamente l’archetipo dell’Anima sarebbe tutto ciò che di istintuale femminile c’è nell’uomo e l’Animus tutto ciò di istintuale maschile è presente nella donna. “Anima” ed “Animus” essendo immagini archetipiche sono entità collettive ed impersonali presenti in ogni essere umano ma visibili solo mediante proiezioni, in particolare l’Anima e l’Animus si palesano quando avviene una pericolosa identificazione con loro. In buona sostanza il confronto con queste figure archetipiche rappresenta un conflitto di difficile soluzione che appartiene ad ogni essere umano. Un processo terapeutico; il cui scopo principale occorre ricordare che è sempre la presa di coscienza dei propri contenuti inconsci ossia la comprensione e l’integrazione nella sfera cosciente dei suddetti contenuti inconsci; porta inevitabilmente alla conoscenza dell’altro e di se stessi. Quindi alla distinzione di ciò che uno è realmente rispetto a ciò che egli stesso proietta e crede di essere o che gli altri proiettano e credano che egli sia. Con la comprensione e l’integrazione delle proiezioni avviene un ampliamento della personalità. In particolare con la comprensione e l’integrazione dell’Anima o dell’Animus si genera una nuova personalità che contiene sia l’Io che l’Anima o l’Animus. Questa nuova personalità non è una terza forza tra la coscienza e l’inconscio ma è l’una e l’altra contemporaneamente. Questa nuova personalità si chiama “Se”. Bisogna fare molta attenzione quando accade l’integrazione dei contenuti inconsci nella coscienza, ossia quando compare l’archetipo del “Se”, perché è proprio nel momento in cui accade la presa di coscienza dell’inconscio collettivo che possono manifestarsi fenomeni psicotici. Questo periodo di dissoluzione del vecchio stato di coscienza e la nascita della nuova personalità è molto lungo e molto insidioso e mette a dura prova la pazienza sia dello psicoterapeuta che del paziente. Al disorientamento del paziente deve far fronte l’orientamento dello psicoterapeuta. La psicoterapia mira sempre al rafforzamento della coscienza. Per riuscire appieno una psicoterapia ha bisogno oltre che di intelletto, capacità di discernimento, intuizione anche di sentimento, di amore. In altre parole per essere reale una cura psicologica ha bisogno anche di essere compresa emotivamente. L’integrazione dell’inconscio può verificarsi solo se la coscienza regge, ossia se l’Io è abbastanza forte da riuscire a resistere, ragion per cui l’Io del paziente va sempre sostenuto durante un processo psicoterapeutico. La fase successiva del processo psicoterapeutico è rappresentata dalla liberazione della coscienza dai contenuti inconsci che avviene mediante la separazione da tutte le tendenze inflazionistiche dell’inconscio. Questo compito implica da parte dello psicoterapeuta un esame di coscienza molto minuzioso ed un’altrettanto scrupolosa educazione di se stesso, che si può apprendere ed insegnare solo dopo averla vissuta innanzitutto su se stessi, in prima persona. Il processo di differenziazione psicologica non è un’impresa facile, ma anzi richiede tantissima pazienza e perseveranza. Se attraverso un esame critico molto lungo ed approfondito e il dissolversi delle proiezioni si realizza una distinzione fra Io ed inconscio allora l’archetipo dell’Anima smette di essere autonomo e diventa una funzione di relazione fra coscienza ed inconscio. Finché è proiettata l’Anima causa illusioni e problemi alle persone, quando vengono ritirate le sue proiezioni ritorna ad essere quello che era: un’immagine archetipica utile all’essere umano. Esistono altre figure dell’inconscio collettivo che hanno la stessa importanza dell’Ombra e dell’Anima come ad es. l’archetipo della Madre, l’archetipo dell’Eroe, del Vecchio Saggio o tutti gli archetipi relativi alla Rinascita o l’archetipo del Fanciullo solo per citarne qualcuno, ma che decido di non menzionare perché esulerebbero dal mio proposito iniziale che è tentare di descrivere in modo molto sintetico e semplice il metodo di cura psicoterapeutico junghiano. Una psicoterapia è un rapporto che coinvolge da un lato il rapporto fra coscienza ed inconscio attraverso il rapporto di integrazione e da un altro lato è una cura psicoterapeutica che riguarda il processo di individuazione. Il processo d’individuazione nasce dall’incontro fra coscienza ed inconscio, dal loro scontro / confronto poi ed infine dalla creazione di un’altra cosa, che viene definita “Se”. Non esiste una ricetta precisa e standard di questo processo. In altre parole non esiste un metodo uguale o standard e valido per ogni persona di quest’armonizzazione di coscienza ed inconscio. Il processo d’individuazione è un processo irrazionale che si esprime mediante dei simboli, di cui lo psicoterapeuta può essere solo e soltanto facilitatore, dato che la natura agisce e guarisce per conto proprio, in un processo di ordine superiore che si definisce “funzione trascendente”. La funzione trascendente è una funzione e un processo con cui si realizzano trasformazioni della personalità nel percorso di un’analisi analitica Junghiana. Quando l’Io viene a contatto con contenuti inconsci, opposti alla coscienza, li riconosce e li integra come propri perché ritenuti entrambi necessari per la vita psicologica della persona stessa. Tutto ciò genera una tensione che attiva un processo psicologico naturale che tende alla ricerca di un nuovo equilibrio, che culmina nella creazione di un terzo elemento che comunemente si definisce “Se”. Come conseguenza si ha un nuovo atteggiamento psichico che trascende, ossia supera, il conflitto iniziale. La funzione trascendente psicologica nasce da una sintesi di conscio e inconscio e rappresenta in ultima analisi il nucleo centrale di tutto il metodo psicoterapeutico Junghiano. Jung esprime bene l’atteggiamento di prudenza, di pazienza e di compassione che dovrebbe essere di qualsiasi individuo che ha a che fare col dolore altrui e con il suo personale dolore come può essere un qualsiasi psicoterapeuta: “La vita esige d’essere sempre riconquistata da capo… L’uomo ha bisogno delle difficoltà: esse fanno parte della sua salute. Soltanto il loro eccesso le fa sembrare superflue. Il problema terapeutico fondamentale non consiste soltanto nel sapere come eliminare le difficoltà momentanee, ma nel sapere come affrontare con successo difficoltà future”. L’ l’equilibrio tra conscio ed inconscio si mantiene grazie a queste invasioni da parte dei contenuti psicologici inconsci all’interno della coscienza, dato che la psiche si autoregola da sola. Ma quando questo processo naturale non avviene e la psiche va in contro ad un blocco allora può essere utile incominciare un confronto serio e serrato con il proprio inconscio. Infatti lo stesso Jung esorta a considerare il confronto con l’inconscio molto seriamente, perché da questo dipende la qualità della nostra esistenza. E quindi va apprezzato e sostenuto lo sforzo di chi, a seguito di dolorose esperienze o per un’esigenza interiore, decide di intraprendere un processo psicoterapeutico. Un viaggio, la sua personale “nekyia” nella terra dei morti per risuscitare a nuova vita.

Mariano Lizzadro

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