Frutta, verdura e anime bollite di Nunzio Festa

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(dall’incipit dell’ultimo romanzo di Nunzio Festa, scrittore materano e curatore
della casa editrice Altrimedia)

Quando cominciava la storia del tutto e le prime questioni fondamentali

Corso Garibaldi è fatto di rosso plastica. Di fianco al moderno tappeto, le ultime pietre di Gorgoglione sono state sostituite dal catrame. Dall’alto, un gesù stipato in frattaglie di tempo prova a vigilare su d’un paesaggio clandestino e a fare da portinaio a un residuo d’opere pubbliche dismesse. Dentro un cancello serrato a forza. Quando la mia età anagrafica era insopportabile, ovvero agli inizi degli anni Novanta, se non ricordo male, i miei compaesani m’avvicinavano chiamandomi Topolino. Per merito e colpa della mia statura. Dove Pomarico era, ed è, terra di soprannomi; come penso il resto del mondo. Giochi delle comunità, piccole e grandi che siano. Anche se Pomarico, forse più delle altre parti del mondo, mantiene questo tipo di fissazioni. Pomarico gioca con le parole: misura il tempo del gioco con mille paroline: si sbizzarrisce nella calunnia della nomea, ma allo stesso tempo si sbizzarrisce a offendere facendo l’indifferente col debole, coi soliti deboli. E con i loro infiniti storici classificabili dolori. Perché, è ovvio, coi forti davvero non sa o non saprebbe confrontarsi. Figurarsi battagliare. Si deve infuocare il petto d’una famiglia con un buon soprannome, un buon soprannome col compito di travolgere il corso delle vite che vanno e vengono di tanto in tanto. Un paesano come quasi tutti gli altri, in una delle giornate più comuni che si possano immaginare, un ragazzino semplice fu traghettato in stato d’arresto. Accusato unico e solo di furto alle patrie scuole cittadine. Alle scuole medie dedicate alla vivida memoria del memorabile marchese Donnaperna, era accaduto il furto. Quel Donnaperna, non ci scordiamo, che per sancire diritti tutti inventati dalla loro stirpe usava andare a letto (e spesso col fine dello sverginare), lui prima di tutti, con la moglie popolana del momento. E solo dopo avrebbe permesso al marito d’andare. Il marchese, uomo che oggi comprerebbe delle puttane o si servirebbe di escort come i politici professionisti, s’accomodava placidamente alle feste dei popolani, dove sceglieva la donna da sfinire per imposizione. Ma si sussurra che un giorno un giovane pomaricano si travestì da femmina per diventare vittima nuova del marchese. Per ritrovarsi solo soletto nella sua camera, e bastonarlo. Il giovanotto era riuscito a scomporre le ossa dell’aristocratico, il plebeo aveva fatto rompere il patrizio. Era nato un piccolissimo riscatto nel cuore battente dell’approfittazione. Eppure, a pulire bene bene la cassaforte della scuola – riprendiamo – ero stato proprio io. Il Topolino. Senza, veramente, far finta di nulla. Nel senso che mai avevo mostrato interessamento per le casse scolastiche, e mai avevo provato piacere nel fantasticare sulla possibilità di sottrarre beni all’altrui proprietà. Un topolino col sogno della memoria postuma, col sogno del ricordo scritto. Fatto della stessa virtù che consente di sopportare il corpo a corpo col mitico e fraterno diario personale. Gioia di scrivere. Per ricordar di me medesimo. Almeno io. Altro che baroni e marchesi, altro che parlamentari, perché marchesi dunque, del presidente in visita-viaggio storica in Lucania, Zanardelli; quel viaggio storico aggiornato dal nostro cugino basilisco scrittore Giuseppe Lupo, e con tanto di nobili a forma di mobile imbottito di conti illustrissimi e del domatore Giolitti Giovanni. Altro che viaggiatori d’impegno elettoraleggiante, insomma. Solo che i carabinieri neppure attendibile avevano considerato, per esempio, la testimonianza accorata, sgolata, rabbiosa dell’imbianchino locale e globale Franco Martino; uomo tutto dignitoso, Franco Martino, capace di recarsi per una ventina di puntate presso la stazione dei carabinieri nati dal re a ridire che l’alibi del giovane era ‘serissimo’, che cioè quando il fatterello del trafugare era avvenuto il ‘giovinotto’ stava a bere birrozze Peroni con lui e ad arrostire chilometri di salsiccia piccante. Erano insieme a bordo della sua casetta disegnata fuori dal centro della collina e dirimpetto a un lago in miniatura. Che in quel puntino degli universi palesi e paralleli il Martino si metteva a riposare. O a fare un poco di meditazioni. Prima ancora di mettersi a passeggiare con l’elegante fiore all’occhiello oppure con la vespa luccicante nel grande piccolo centro nevralgico di Pomarico. Questo era Martino, e quindi questa era la considerazione, a torto o a ragione, assicuratagli dalle autorità morali e quindi dalle civilissime autorità del paesetto. Ma almeno, le sue melodiose fischiate dolcemente memorabili rimarranno nel vento dei tempi che cambiano. Per fortuna mia, dunque, i carabinieri napoletani di stanza qui lo avevano sempre considerato – che quella era la loro considerazione per Martino – quasi al pari del giudizio offerto dall’intera comunità, matto completo. Invece che genio ineguagliabile. E per fortuna non gli credevano manco per un cavolfiore bucherellato dal gentile venticello dei nostri territori marginali. Insomma credito non ne aveva avuto, e per questo Franco si mandava per le viuzze del centro storico del rione Castello senza darsi soste degne d’attenzione. Al suono delle canzoncine fischiettate. Imprecando ai fianchi di quel gesù di resina posato per contentino dall’azienda edile più imponente del Sud. Accrescendo i racconti delle vecchiette e degli ultimi anziani provvisti di bastone, quelli ancora appesi al quartiere più antico e tutto vessato dall’abbandono. Come quei racconti della maggior parte del paese. Voci di popolo. Immancabili dicerie tutte comunque narrabili e altrettanto portatrici, quando non addirittura costruttrici, di senso comune. Che Martino vagava dunque intorno, persino, alla dimora popolare e gentilizia di Michele Zuccaro, dell’artista che escludendo l’esclusione delle sue pennellate provava ad amare infinitamente la sua infanzia. Per mezzo dei luoghi dell’infanzia, la sua tradizione per mezzo del ricordo della tradizione. Il pittore che tra Matera, Napoli, Milano, Parigi e Berlino porta la sua infanzia pomaricana. Zuccaro è la sua terra e tutto quello che ci sta intorno, alla sua terra. Michele Zuccaro, il pittore Michele Zuccaro, è interamente nelle sue origini. Ma con la prova che se ne può stare al di sopra. Che vagava, Martino, nelle linee non tratteggiate molto prossime all’anziana vedova Angiolina, avvolta nelle maldicenze, e imbacuccata dalle sue avventure paurose, dove era lei comunque a impaurirsi. E lei che aveva confessato al prete pomaricano – non pomaricano di nascita – di dare troppa enfasi alla sua foga. Quando per ripicca e controbattuta a un’offesa verbale subìta, mandava a morte l’avversario o l’avversaria affliggendoli con le sue maledizioni. (…)

(p.19-22)

Nunzio Festa

http://www.besaeditrice.it

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