43. L’URGENZA ESPRESSIVA, L’UTOPIA E LA SPERANZA NELL’OPERA MUSICALE E POETICA DI TONINO ZURLO

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© RUBRICA “SGUARDI E ASCOLTI DAL MONDO” a cura di M. Lizzadro

Per parlare di Tonino Zurlo ci vuole il massimo rispetto, perché si corre il rischio di scrivere banalità ma anche perché si ha come la sensazione di avere a che fare con qualcosa di veramente importante, ragion per cui occorre avere riverenza e rispetto nei confronti di un artista di cui può essere considerato un privilegio il semplice fatto di ascoltarlo. Le canzoni di Tonino Zurlo esprimono emozioni con la musica che si lega armoniosamente e meravigliosamente bene alle parole, alle Sue parole in dialetto di Ostuni. Sono canzoni necessarie che hanno una certa urgenza espressiva, sono cariche di utopia e di speranza. Personalmente la prima volta che ho incontrato la Sua musica è stato quando alcuni anni fa acquistai un cd che celebrava l’Opera ventennale del Circolo Gianni Bosio e che conteneva la Sua canzone: “Jata viende”. E da quel momento quella canzone, quel Suo modo unico di usare musica e voce, è rimasta impressa nella zona profonda della mia memoria come una traccia indelebile. Alcune brevi note biografiche: Tonino Zurlo è nato ad Ostuni in provincia di Brindisi nel 1946 ed è un maestro intagliatore e scultore di legno oltre che un poeta, un suonatore di chitarra e un cantante. Individuo riservatissimo e lontanissimo dalle luci della ribalta e dai palcoscenici nazionalpopolari ha cominciato a suonare la chitarra e a dar voce alle sue poesie all’età di venticinque anni, all’inizio degli anni ’70. Qualche anno dopo ha frequentato il mitico Folk Studio di Roma e nonostante il successo che riscuoteva già durante le sue prime esibizioni, è stato soltanto nel 2003 che ha realizzato il suo primo meraviglioso disco: “Jata viende”. Questa bellissima opera prima comincia con “Lu Vellane” , il cui incipit è un coro di bambini che prendono in giro i villani, cioè i contadini ed i poveri. La canzone con chitarra battente, tamburi ed organetto descrive questi villani sfruttati dai padroni proprietari terrieri e derisi persino dai bambini seppur in maniera innocente. La canzone successiva “Meste Narducce”, è una storia di emigrazione in cui Tonino Zurlo con l’ausilio della sola chitarra racconta di questo “Maestro Narduccio”, calzolaio che va via dal paese di origine per guadagnare di più e per poter dare da mangiare ai propri figli e permettergli di studiare. Arrivato in Germania invece di fare il calzolaio va a lavorare in una fabbrica in cui vengono prodotte viti ed a causa della produzione seriale e disumanizzante del lavoro in fabbrica finisce col sentirsi peggio di una gallina che, per lo meno, prima di essere spennata viene ammazzata a differenza degli operai che vengono ammazzati vivi. “Quanne t’ennamuere” è una canzone in cui con fisarmonica, chitarra e violoncello si narra di come la forza dell’amore sia in grado di dare senso alla vita, di quella passione viscerale che quando ti prende ti porta in paradiso se è ricambiata o alle porte dell’inferno se non è ricambiata. Una storia d’amore tanto più intensa è e tanto più rimangono impressi nella memoria degli amanti per l’appunto gli odori, i sapori, i colori che l’hanno caratterizzata. “La setella” ossia il setaccio che serve a separare il grano dalla crusca diventa la metafora dell’esperienza umana che porta a distinguere il bene dal male, al di là ed oltre di tutti i condizionamenti culturali, sociali. Un’esortazione ad usare sempre la propria testa per non farsi condizionare. Il tutto con suoni e ritmi ancestrali fatti di armonie sopraffine. “L’anema leggere”, è una canzone chitarra e voce, la storia della morte di un caro amico e del senso di vita e morte che sono intimamente connesse e legate fra loro. “Lu cane a lla catena” racconta di come l’essere umano, a differenza degli animali che usano il loro linguaggio per esprimere i propri bisogni immediati e quindi le proprie emozioni, ancora non sia riuscito a creare una cultura che usi un linguaggio più vicino alle proprie emozioni. Questa canzone è scritta e cantata nella lingua di Tonino Zurlo ossia nel dialetto di Ostuni con l’ausilio della sola chitarra e con la Sua voce. Ed eccoci arrivati a “Jata viende” letteralmente “soffia vento”, che con voce, chitarra, cori e violino esprime l’irrazionalità, quella vena di follia che pervade spesso l’anima dell’uomo. Quella folata di vento della quale bisognerebbe prendersene carico un po’ tutti per non lasciare questo gravoso compito a pochi individui, i cosiddetti “matti”. Una canzone dedicata a tutti i bambini del mondo. Una preghiera laica in cui Tonino Zurlo esorta le nuove generazioni a creare un altro mondo più giusto e basato sull’amore. “Vecchie e peccine” a ritmo di tango è una riflessione sugli errori che vengono ripetuti di generazione in generazione, di come a volte le tradizioni gli usi ed i costumi tramandati in maniera acritica e pappagallesca siano un limite anziché una ricchezza. Per costruire un mondo migliore bisognerebbe fare come i nomadi o come le rondini che ricercano la propria libertà ed il proprio senso della vita in maniera spontanea. “Li preghiere” è una canzone che al ritmo di chitarra battente racconta di come il culto verso la Madonna e verso i Santi sia sempre stato lo stesso nel corso della storia. La religione e la cultura con le proprie immagini sacre ed i propri miti soffocano l’identità individuale e rendono schiave le persone. “La morte de lu commendatore” col ritmo di una canzone popolare, narra le vicende di questo commendatore che fino all’ultimo si illude di sconfiggere la morte facendo venire a casa sua i migliori dottori da ogni parte del mondo, ma la morte con la sua “ingiusta giustezza” dovrebbe insegnare all’essere umano ad apprezzare di più la vita. “Nuie ca l’estate se n’è sciute” è un blues che riflette sui vacanzieri che durante l’estate vanno a mare ad Ostuni e sugli abitanti di Ostuni che durante l’estate si spostano verso la periferia lasciando il centro della città appunto ai vacanzieri. Una critica a tutto quel mondo di turisti modaioli che affollano le spiagge a ritmo di pizzica e tarantella ma anche a tutti quelli che si inventano processioni e devozioni a Santi per cercare di sbarcare il lunario. “Mamma Madonna” è un’altra preghiera laica piena di contraddizioni fra fede e utilità della fede, fra chi crede veramente che con una preghiera possa accadere un miracolo e chi pur non credendoci prega lo stesso, forse solo perché fa parte della tradizione, delle usanze. “La signora totta ciccia” è una ballata ironica che partendo dalla “’ndramacologia” cioè da quella scienza, che inventata dallo stesso Tonino Zurlo, dovrebbe studiare il modo di creare sostanza grigia nella scatola cranica, racconta di un cane che si libera e fugge via dalla “signora totta ciccia”, cioè dalla propria padrona e dalle sue frustrazioni e dalle sue contraddizioni. “Bella cumm ‘a na rosa” invece è una canzone che descrive la vicenda di una seduzione fra due amanti e della susseguente scoperta della sterilità di lui che viene appunto paragonato ad un mulo noto animale sterile. Il disco si conclude con “La tarantella de li brutte e de li belle”, una canzone che al ritmo di una canzone popolare critica per appunto quel mondo fatto di musica etnica prodotta per fenomeni modaioli e vacanzieri, fatto solo per guadagnare soldi e senza coscienza. Nel 2007 è la volta del secondo meraviglioso disco: “Nuzzule e Pparule” cioè semi e parole, una riflessione sul potere delle parole che pronunciamo, dalle quali come dai semi può germogliare una forza vitale, a patto che le parole che diciamo siano sincere e che trovino nell’altro con cui si interloquisce un ascolto autentico. Come dice lo stesso Tonino Zurlo: “così come il seme per trasformarsi cerca la terra, allo stesso modo la parola cerca il cuore per cambiare. Affinché questo mondo cambi, e’ necessario che le parole ci escano dal cuore. Quando una parola esce dal cuore molte cose può’ cambiare e questo mondo allora può trasformarsi”. Il disco incomincia con  “L’automatismo” che raccontando dei nove mesi che servono ad una vita umana per nascere con un incedere tipico di una canzone popolare parla di amore di sesso e dell’uso del viagra, della confusione generata dalla mala informazione, dell’aumento del prezzo della benzina e di altri aspetti del malcostume tipico italiano. Il finale è dato dalla voce di un pubblico televisivo, come dire che viviamo in una società della spettacolarizzazione in cui siamo ridotti ad essere tutti spettatori e consumatori. Il disco continua con “Minguccio / Banda per Minguccio” una canzone contro la guerra che  racconta la storia di “Minguccio Muso di cane” detto così per via del volto deturpato a causa dello scoppio di una bomba. Partito militare per la grande guerra del 1915 / 1918 e ritornato con gravi problemi al proprio paese. Col finale dato dal suono di una banda musicale su cui si staglia una agghiacciante risata dello stesso “Minguccio” come a voler dire che oltre al danno c’è anche la beffa del mancato risarcimento e riconoscimento e non gli hanno fatto neanche il funerale! Questo bellissimo disco procede con “Il canto dell’anima”, in cui Tonino Zurlo cerca parole nuove per cambiare il mondo. Ci vogliono le parole degli anziani con la forza dei giovani per cambiare il mondo, come recita quel vecchio adagio popolare. In questa canzone sono particolari i suoni dell’ukulele e dello scacciapensieri. Il viaggio prosegue con “La congrega” una trentina di secondi per prendere le distanze dal fascismo ironizzando su molti aspetti del regime con queste parole: “nel nome del duce la pancia si riduce, la sera senza luce, la notte senza aereo plani e la mattina senza pane”. “Paperino” che è un’altra canzone antimilitaristica ed anti fascista in cui Paperino è il soprannome di un dittatore che poi diventa Paperone cioè come se la storia, specialmente nel Sud Italia, sia passata dal regime fascista alle varie politiche dal dopoguerra in poi fino a giungere ai nostri giorni senza che nulla sia cambiato in profondità, in particolare per i poveri. Il “Paperone” a cui si riferisce questa canzone molto ritmata è Silvio Berlusconi. Ed arriviamo al brano che da il titolo a tutto il disco: “Nuzzule e Ppparule”, che nel dialetto di Ostuni, come ogni canzone di Tonino Zurlo, esprime il tema portante di tutto il disco: le parole come i semi se trovano buona accoglienza possono germogliare e dare origine a nuove forme di amore, ad una nuova coscienza nelle persone. “Core d’ore” descrive la nascita di un amore per una donna dai capelli scuri accompagnata dal bacio della luna e del sole, dalle carezze del vento che la asciugano e dagli occhi belli come la luce del giorno. Sulla terra ci sono cose brutte come la guerra ma anche cose belle come l’amore. Il disco prosegue con “Sole e luna” trenta secondi per raccontare di quest’invocazione nei confronti del sole e della luna a parlare al vento per far scomparire l’angoscia e le cose brutte dalla terra. “Don Cecelluzze” ci riporta sulla terra con le vicende sentimentali di questo rubacuori tale Don Cecelluzze e della forza dell’amore. “Cristu mia” è una preghiera fatta da una ragazza, un’invocazione a Gesù Cristo affinché spezzi le catene che gli fanno male e che la tengono prigioniera e che gli faccia trovare l’amore. Il disco prosegue con “Lu jaddu” una bella ballata che tratta il tema della follia, la storia di un ragazzo che viene dapprima curato con medicine e poi viene rinchiuso in uno spazio psichiatrico. La metafora del gallo a cui allude il titolo di questa canzone, è quella di un volatile che pur avendo le ali non riesce a volare come quel ragazzo che è considerato “matto”. Questa canzone è fatta di chitarra con la voce di Tonino Zurlo che tocca vette altissime. La penultima canzone è la meravigliosa “Luce luce” che con ritmi sudamericani ed una fisarmonica racconta dolcemente che ogni pena e sofferenza prima o poi va via e l’unica cosa che resta è un po’ di malinconia. Chiude il disco una versione strumentale di “Nuzzole e Pparule”. Nel 2012 è la volta di un altro bellissimo disco: “L’ulivo che canta”. Questo meraviglia comincia con “Trenda e trenduno” che racconta delle difficoltà economiche ad arrivare a fine mese, tema molto diffuso nell’Italia di oggi. Il trenta e trentuno a cui allude il titolo credo si riferisca sia alla paga dello stipendio che avviene a fine del mese ma, secondo me, anche a quel vecchio adagio popolare che dice: “abbiamo fatto trenta facciamo trentuno”, che esprime in altre parole quel senso di sfiducia che non è rassegnazione quanto piuttosto consapevolezza del fatto che per cambiare le cose occorre molto tempo e molta fatica, in ogni caso è una ballata di protesta sociale dalle sonorità mediterranee. Segue: “Lu sunette” nella sua duplice accezione di strumento musicale e di parola poetica al ritmo di cantilena popolare in dialetto di Ostuni, che rimanda alla grande tradizione della musica popolare del Sud Italia, in particolare pugliese. Poi è la volta di: “Lu frate in polizia”, che comincia con arpeggi di chitarra che sembrano quasi un vago rimando a sonorità del fado portoghese e racconta di una famiglia contadina che spera di vedere il proprio figlio arruolato in polizia, un lavoro certo e ben pagato. Avvenuta l’assunzione nell’arma il fratello poliziotto ben presto passa dalla parte dei padroni, una ballata popolare in cui riemergono i ricordi della giovinezza e si scontrano con la realtà, in grado di dividere anche l’amore di due fratelli. “Lu mangia mangia” è una breve canzone acustica che racconta di una persona ingorda che mangia tanta cioccolata fino a stare male, una satira nei confronti del più furbo di turno che frega gli altri, tipica usanza e tipico modo di comportarsi italiano. “Viva l’Italia” è anch’essa una ballata acustica che descrive quest’Italia in cui conta solo il calcio ed il sogno di arricchimento. Evviva il calcio, le lotterie, i premi televisivi, i gratta e vinci dice cantando  Tonino Zurlo! Molto significativo il finale con il belato di un gregge di pecore, come dire che noi  italiani siamo un popolo di pecoroni. La canzone successiva: “Lu jaluttone”, è una canzone acustica con chitarra tamburello e mandolino per raccontare una storia di precarietà il cui personaggio in cerca di lavoro critica il padrone. “L’acqua”, la canzone successiva molto ben suonata, incomincia con l’antica invocazione dei contadini che pregavano Dio per fare piovere, la preghiera oltre che al Padre Eterno veniva rivolta anche al Santo Patrono ed anche alle varie Madonne del culto popolare. Poi con un salto temporale, un volo pindarico, si arriva ai giorni nostri in cui l’acqua viene sprecata e viene pubblicizzata per televisione da soubrette, veline, miss Italia ed ex – calciatori. “La marina” sono trenta secondi in cui Tonino Zurlo parla delle sculture fatte dal mare e dalla natura e della dura fatica che faceva la povera gente che si svegliava di prima mattina, quasi di notte per andare a lavorare. “La fattora” è una canzone musicalmente dal ritmo allegro che descrive le giornate dure di lavoro contadino e della fattora ossia della persona che comandava al posto del padrone. Un ricordo del lavoro nelle terre, nelle campagne. Si cominciava dall’alba e si finiva alla sera quando il sole calava e si suonava di questa faticaccia. Alla fattora queste canzoni, dei veri e propri canti di lavoro, da un orecchio gli entravano e dall’altro gli uscivano. Il disco prosegue con “Lu prefisce”, una bella canzone swing, che giocando sul doppio senso descrive di quanto sia bello il frutto dell’albero di fico e in generale di quanto sia bella la natura. La penultima canzone è “Fore a dde me” un blues sanguigno e viscerale che schiacciando l’occhio quasi al jazz, descrive una casa in campagna senza acqua corrente, senza bagno e senza energia elettrica e senza tutti i confort della società moderna e consumistica, ritenuti dallo stesso Tonino Zurlo come orpelli non necessari alla vita dell’essere umano. Questo bellissimo disco si conclude con “Senza bagagli”, una canzone delicata che racconta di quello che resta dopo la morte di ognuno di noi. La mancanza di bagagli a cui si riferisce il titolo è relativa al fatto che quando si muore si lascia tutto qua, per l’appunto si rimane senza bagagli. Se uno nella vita è stato uno stronzo rimane la puzza di merda ed il cattivo odore, a differenza di quelli che hanno coltivato il bene e la coscienza che come dei fiori lasciano il loro profumo nell’aria su questa terra. Una piccola e personale speranza è quella di poter ascoltare in futuro altre canzoni dettate da quell’urgenza espressiva, cariche di utopia e di speranza del grande Tonino Zurlo.

Mariano Lizzadro

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