44. MUSICA, POESIA E FILOSOFIA DEL RISTRETTO DI VITTORIO ROSA


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RUBRICA “SGUARDI E ASCOLTI DAL MONDO” a cura di M. Lizzadro

Vittorio Rosa è un eclettico cantante ed autore di musiche nonché show man di Avigliano, un paese in provincia di Potenza, della Basilicata. La prima cosa che colpisce del variegato universo di Vittorio Rosa in arte “Il Ristretto” è la sua teoria sul restringimento cerebrale, ossia un modo per poter esprimere attraverso la musica e le parole tematiche non usuali,, domande difficili sul senso della vita, in altre parole fare i conti con la crisi che c’è in ogni atto creativo, quindi con noi  stessi. Parafrasando lo stesso Vittorio Rosa in un intervista concessa ad Andrea Samela: “Queste domande, negli spiriti sani, non possono essere eluse. Quando le naturali vicissitudini della vita ci deludono, quando siamo troppo oppressi da questa realtà non più a misura di uomo, accade che questi pensieri latenti e non conclusi si affacciano alla coscienza con una potenza che a volte può essere talmente distruttiva da annientare l’individuo. La condizione umana è difficile da sopportare. Per questo tanti si limitano a esistere, lasciandosi trasportare dalla bramosia materialistica piuttosto che vivere la propria esistenza in modo completo, dando cioè il giusto risalto al nostro lato spirituale. Come si può fronteggiare la condizione umana e combattere contro il mostro della morte che è insito in noi? Con la scoperta del Bello. Per questo nei miei pezzi compare così spesso il neologismo “cerbello”, per sottolineare che se non si trova la forza di apprezzare il bello l’esistenza può diventare un inferno. Quando si scopre il Bello lo spirito rinasce e si attivano nuove sinapsi, nuovi modi di vedere le cose che rendono sicuramente il nostro vivere più sopportabile. Insomma il mio, più che un tentativo di spiegazione, è la voglia di parlare di argomenti che sono tabù, e che invece andrebbero approfonditi.” E quindi di conseguenza “il malessere che siamo soliti descrivere con parole negative come ansia, panico, depressione è solo il frutto del non volere il cambiamento, che è sempre positivo e che io chiamo restringimento”. Ecco questa dichiarazione poetica e anche di intenti è il punto da cui cominciare ad ascoltare “Poste e telegrafi” primo disco autoprodotto nel 2004 da questo eclettico musicista e poeta di Avigliano, provincia di Potenza in Basilicata. Quest’opera prima incomincia con “Mestruazioni cerebrali”, in cui rumori sinistri si alternano a dei cori ed a rumori televisivi, sembra quasi un mantra col ritmo incalzante della batteria in cui come un antico sciamano Vittorio Rosa ripete incessantemente la sua formula magica per evitare gli effetti dannosi del restringimento cerebrale. Usando le parole dello stesso autore nell’intervista succitata: “. L’intuizione delle mestruazioni cerebrali è l’inizio del percorso che mi ha portato alla teorizzazione del concetto di restringimento. Non c’è nulla di nuovo, nulla che non sia già stato sviscerato in altre forme e con altre modalità. Io ci metto solo musica e ironia. L’accumulo di emozioni, sensazioni, nozioni e tutto ciò che può essere percepito dai nostri sensi è la base del cambiamento. Nella vita niente è stabile ma tutto cambia in modo impercettibile o meno. La differenza la fa la paura. Quando mettiamo delle barriere al cambiamento si ha quella che io chiamo mestruazione cerebrale: un momento in cui si rompono gli argini e la trasformazione si rende inevitabile. Quindi più abbiamo paura, più si costruisce la barriera, più la mestruazione è violenta. Più evitiamo di restringerci, di rimodularci alla realtà che cambia incessantemente più soffriamo”. Il viaggio di Vittorio Rosa continua con “Senza cerbello” canzone fischiettabile e gustosa in cui l’autore parla degli effetti del cosiddetto restringimento cerebrale, una parodia del musicalmente corretto ed anche un po’ del prendersi troppo sul serio. La terza canzone è “S’azzecchene e pponte”, nel duplice significato etimologico di ponti e quindi mondi musicali che si avvicinano, ma anche di emisferi cerebrali che si uniscono, che si avvicinano per formare una nuova sintesi. Credo che al di la ed oltre della seppur sottigliezza semantica in questa canzone l’elemento principale è dato dalla mescolanza di suoni provenienti da diversi mondi, come ad esempio l’introduzione dub house e le basi hip hop con i Pink Floyd di “The wall”. La canzone successiva è “Chillommemerda e l’anticerb”, in cui vaghi echi mediorientali stile Almamegretta  servono  per esprimere una critica al sistema sociale basato sulla riproduzione di forme di solitudine, prendendo di mira quell’uomo di merda dell’anti cerbero, emblema dell’essere umano che abita la società attuale che come possibile soluzione ai propri disagi ha trovato solo l’uso di psicofarmaci. La solitudine che poi ritorna nella canzone successiva che da il titolo a tutta l’opera: “Poste e telegrafi”in cui Vittorio Rosa da sfoggio del suo “dadaismo compositivo” ossia la sua peculiare capacità di citare, di fare collage sonori e poetici, di rompere gli schemi e lasciando la parola allo stesso autore che nell’intervista succitata alla domanda su questa canzone così risponde: “Ricostruendo la storia dell’umanità, ci rendiamo conto che le modalità con cui si comunica abbiano influito sulla vicenda umana più del messaggio stesso. Tutte le guerre e le rivoluzioni epocali non sono altro che il passaggio da un modo di comunicare ad un altro. Ora è tutto più scientifico: ci sono i media, i mezzi d’informazione di massa. Si possono fare molto più efficacemente campagne denigratorie nei confronti di popoli o di leader politici per giustificare guerre ed eccidi”. La canzone seguente è: “Sanghe re brigante” in cui con ritmo marziale Vittorio Rosa omaggia la memoria del brigantaggio e dei tantissimi briganti trucidati durante l’unificazione dell’Italia ma contemporaneamente lancia un grido affinché tutti prendano coscienza di questa storia segreta e tenuta segregata da secoli di dominio e di subalternità economica sociale e culturale del nord nei confronti del sud Italia. Come dice lo stesso autore: “con “Sanghe re brigante” ho semplicemente voluto dare il mio contributo alla consapevolezza storica. Fino a quando continueremo a chiamare unificazione quello che si è rivelato un genocidio difficilmente usciremo fuori dalla subalternità politica e culturale”. La canzone successiva è “Elastico” un brano le cui basi musicali sono il contorno per descrivere questa mancanza di elasticità mentale che causa il restringimento cerebrale e che ci sta portando lentamente ad allontanarci da noi stessi, dalle nostre radici, dalle nostre origini e citando lo stesso Vittorio Rosa: “ .. e non c’è più niente da dire, e non c’è più niente da fare … l’unica cosa è suonare”. Chiude il disco la bellissima: “Brigante piano play” brano interamente strumentale. Un’ultima importante annotazione prima del finale di questo piccolo scritto è citare anche gli strumenti a fiato che ogni tanto emergono qua e la disseminati come piccoli gioielli durante tutto il disco. Mi piace concludere questo breve scritto sulla Musica, la Poesia di Poste e telegrafi del  Il Ristretto di Vittorio Rosa con la speranza e quasi una piccola certezza che fra poco nuove mestruazioni ingravidate dal talento di questo musicista e poeta, originario di Avigliano in provincia di Potenza in Basilicata, porteranno nuove nascite, nuovi dischi!

Mariano Lizzadro

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