45. I FIGLI DELLA SFINGE DI ALESSIO DI BENEDETTO E FILIPPO D’ELISO

f.d.pianoforte

Nella foto, Filippo D’Eliso

© RUBRICA “SGUARDI E ASCOLTI DAL MONDO” a cura di M. Lizzadro

I figli della sfinge” è un libro ed un cd, un’opera multimediale, da leggere, ascoltareed immaginare con la mente e col cuore. Si tratta di un’Opera olistica, multisensoriale in cui la Musica scorre parallela al testo ed alle didascalie. È un’Opera ricca di riferimenti, note e rimandi alla Storia, alla Filosofia, alla Fisica, all’Archeologia, alla Mitologia, all’Alchimia, all’Ermetismo ed a altre discipline del sapere umano. Edita da Bastogi nel 2008, quest’Opera è scritta da Alessio Di Benedetto musicista ed esperto di Foniatria e di Canto Harmonicoe musicata dal mio amico Filippo D’Eliso, originario anche lui come me di Baragiano in provincia di Potenza. Filippo D’Eliso è un musicista sopraffinocon titoli accademici in Musica Corale e Direzione di Coro, Composizione, Musica Elettronica eTeoria e Tecniche della Composizione Musicale oltre alla Specializzazione in Musica e Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. L’Opera è suddivisa in sei scene e, come avvertono gli stessi autori,“può essere letta su più livelli”, un livello testuale, uno musicale ed uno multimediale fatto dall’insieme di parole, note, colori e proiezioni video in ologramma. La metafora che mi viene in mente per tentare di descrivere quest’Opera è quella del viaggio, il movimento per la comprensione dell’origine dell’essere umano. Immergiamoci dunque in questo viaggio affascinante. La prima scena descrive l’origine dell’essere umano, ed è ambientata nella piana di Giza fra le piramidi con la musica che descrive l’atterraggio di un’astronave di Niburiani. Per sentire quello che Alessio Di Benedetto e Filippo D’Eliso hanno immaginato bisogna mettere in moto la fantasia, abbandonare le spiegazioni religiose ma anche le spiegazioni scientifiche tout court. Bisogna chiudere gli occhi seguendo questo enorme disco volante che feconda la Terra, con la musica de “I Suoni dell’Astronave”(Danza dell’inseminazione) di Filippo D’Eliso che riveste a perfezione quest’atterraggio con note che sembrano venire dallo spazio e che somigliano a sonorità progressive inglesi anni ’70 come ad esempio il pianismo del compianto Richard Wright dei Pink Floyd o le sonorità di Rick Wakeman degli Yes. E come accade nei miti dell’origine anche ne “I figli della sfinge” c’è un rito orgiastico iniziale, solo che nella visione dei nostri autori, questo rituale, avviene attraverso un’inseminazione artificiale ossia mediante un esperimento di ingegneria genetica fatto dai Niburiani. L’inseminazione sarebbe stata eseguita da questi altri esseri provenienti da altri mondi, da altri posti dell’universo, alieni o civiltà extraterrestri. Forse più semplicemente dalle cosiddette divinità delle religioni antiche, infatti fra i sottotitoli di quest’Opera c’è “Quando gli dei scesero sulla terra. Diario di bordo di un viaggio spaziotemporale”. Nelle illustrazioni di Attle Barmi a compendio dell’opera c’è per quanto riguarda questa prima scena un disegno che raffigura “L’Origine dell’Homo Sapiens Sapiens sulla Terra”. La prima scena inizia nell’anno 555 avanti Cristo con Pitagora che fugge dalla sua amata isola di Samo a causa della dittatura di Policrate. Abbandonata la sua terra e la sua casa si mette in cammino verso l’Egitto terra antichissima abitata da una civiltà dotata di sapienza e grandi conoscenze. Qui incontra il Gran Sacerdote che gli mostra la stella di Sirio e la via Lattea, con “L’Egitto dei Faraoni”(Ai piedi delle Piramidi), seconda traccia musicale a far da colonna sonora a questo viaggio. I suoni di Filippo D’Eliso sembrano mimare le stelle cadenti, quasi come fosse una caduta di note dal cielo. Fra le illustrazioni di Attle Barmi c’è quella “Quando gli Egizi scesero sulla terra” a far da contrappunto visivo a questa parte della trama. Il Gran Sacerdote intanto confida a Pitagora che gli antichi egizi vennero da Sirio e dalla costellazione del Canis Major. Loro intrapresero questo viaggio a causa di un’autodistruzione dovuta ad un eccesso di razionalità e conoscenza senza amore sul loro pianeta. Nel loro viaggio scelsero le ricche acque del Nilo per rifondare la loro civiltà. Ed è a questo punto che entra in scena la musica de “La catastrofe del Canis Major”, terza traccia di Filippo D’Eliso che coi suoi suoni funesti (organo e/o clavicembalo) sembra quasi fisicamente portarci nel teatro di questa antichissima catastrofe. Il Gran Sacerdote confida a Pitagora che le divinità non sono qualcosa di astratto ma bensì sono funzionali al potere temporale ed hanno lo scopo di controllare la mente e l’anima degli esseri umani e che ogni segreto è nell’essere umano stesso. Dunque in ognuno di noi c’è la chiave per liberarci dalle catene che ci rendono schiavi. Ad accompagnare questa parte c’è il “Plagio mentale”, quarta traccia della colonna sonora di Filippo D’Eliso,che con suoni cupi e lenti ci porta ad immaginarle proprio queste catene che ci rendono schiavi. Ed è appunto l’inganno, il “Plagio mentale” appena citato che da origine alle religioni monoteistiche che non sono altro che uno strumento creato dagli uomini per sottomettere altri esseri umani. La musica che segue e che è il passaggio successivo di questo viaggio spaziotemporale è: “Paganesimo Trionfante Balletto” che si sviluppa lungo una linea melodica bassa e martellante (l’inganno, il plagio mentale, il monoteismo) ed un’altra un po’ più ariosa e meno incalzante (il politeismo, le vecchie divinità). Il viaggio prosegue con il Gran Sacerdote che dice che alla base delle religioni monoteistiche ci saranno milioni di morti a causa delle persecuzioni e dei tanti eccidi in nome del Dio unico. Le ricchezze del paganesimo e del matriarcato saranno rimpiazzate dalle miserie della teocrazia e del patriarcato. E se l’essere umano fosse un po’ più umile dovrebbe riconoscere di essere soltanto una minuscola particella nell’universo apostrofa Alessio Di Benedetto con Filippo D’Eliso che suona “Tristezza del Monoteismo”, in cui le sonorità mi evocano ricordi della musica dei Dead Can Dance, con le note che si susseguono e che sembrano quasi far emergere dal fondo dell’anima questa tristezza dovuta al monoteismo, alla teocrazia, al patriarcato. Ed è a questo punto che la narrazione cambia registro grazie alla scoperta che la salvezza è nella vibrazione, nelle frequenze quindi nella Musica. Lo testimonia anche il brano che accompagna questa scoperta: “Organismo Cosmico” che è proprio una melodia, con richiami orientaleggianti e mediterranei. La musica d’altronde è il linguaggio che da sempre unisce mondi differenti (ad esempio Classica e Jazz, azzardo qualche sonata di Bach e il Lennie Tristano di “Turkish Mambo”). Quindi la Musica è l’unica via d’uscita, la vita stessa nasce dalla vibrazione. D’altro canto Orfeo, Dioniso, le sirene di Ulisse simboleggiano da sempre che la Musica è l’elemento centrale e cruciale di ogni forma di creazione. E ce lo testimonia anche Filippo D’Eliso con il: “Canto di Dioniso – La rete invisibile della Musica”(Danza dei colori e del pubblico) in cui le armonie sembrano cingere intorno l’ascoltatore in una danza circolare alla ricerca dell’armonia. A compendio c’è l’illustrazione di Attle Barmi, “Horus e Harmonia”. La seconda scena inizia con il Gran sacerdote che dialoga prima con Enki raccontando la storia degli antichi Sumeri e come l’arrivo di questa civiltà è intimamente collegata all’intervallo musicale di quinta, da do a sol, e di come tutto ciò sia intimamente collegato al DNA dell’essere umano. Intanto Merlino entra in scena affermando che Parsifal sarà lo scopritore del mistero del DNA che è alla base dello sviluppo dell’homo sapiens. Ricordiamo che nella visione di Alessio Di Benedetto e Filippo D’Eliso è stato un esperimento di ingegneria genetica, una fecondazione in vitro a dare origine allo sviluppo dell’essere umano. Quindi sarà Vivian l’amata di Merlino ad essere fecondata per prima, per portare a compimento la nascita dell’essere umano. Vivian e Merlino ricordano con affetto e commozione il loro amore che li ha portati alla nascita del primo uomo e della prima donna, ossia ai vari esperimenti genetici per la creazione di Adamo ed Eva. Poi intervenne Jehowa e sottomise tutti al suo volere con la creazione del Dio unico. La schiavitù dell’essere umano incomincia proprio qua ed è la conseguenza della creazione del primo uomo dotato di libero arbitrio ed immortale e della susseguente invidia da parte di Jehowa. La morte infatti fu creata per l’essere umano affinché l’homo sapiens fosse inferiore a tutte le divinità ed a Jehowa stesso. A rendere questa seconda scena ancora più suggestiva ci pensa la musica di: “Homo sapiens Sapiens”(il cerchio della danza) che con suoni elettronici rende al meglio l’idea della nascita dell’essere umano. Infatti sembra quasi di ascoltare le vibrazioni provenienti da questa provetta in un laboratorio di ingegneria genetica. E come riferimento iconografico sono belle le illustrazioni di Attle Barmi a compendio di questa seconda scena: “Globo alato e tradizione Egizia”, “Parsifal attraversa le sfere celesti alla ricerca del Graal” e “La Dama del Lago o Signora della Vita – Ninti – Iside – Vivian”. La terza scena è un dialogo fra Pitagora, il Gran Sacerdote, Keplero e noi spettatori, lettori, ascoltatori de “I Misteri della Sfinge”. Pitagora preannuncia che sarà Keplero a continuare la sua opera e quella degli antichi Egizi. I neo pitagorici ed in particolare Keplero ricongiungeranno lo studio degli astri alla Musica. Pitagora dice anche che dall’armonia Sumerica è iniziata la decadenza che ha raggiunto gli apici nel ‘900 con il Positivismo ed il Materialismo. La musica scelta per l’inizio della terza scena è: “Keplero e l’Harmonia delle sfere”(Danza del sistema solare) che riproduce perfettamente l’idea del di-svelamento di una verità con suoni che all’inizio sembrano formare un’armonia ma che man mano si incupiscono come a voler preparare lo spettatore allo svelamento della verità. Prosegue Pitagora dicendo che il cosmo è un insieme di vibrazioni di cui gli esseri umani vedono solo una piccola parte, con Filippo D’Eliso che musica questo “Interludio Orchestrale”con“La rete infinita della vita”(Balletto )che sembra quasi il suono di note che battono come un martello, suggerimenti agli esseri umani per renderli coscienti della quasi cecità in cui vivono. Il brano in questione sul finale sembra formato da distorsioni, che immagino siano volute, quasi come a voler sottolineare la parziale cecità (distorsioni sonore come emblema della cecità dell’essere umano). Ad arricchire questa scena ci sono le illustrazioni di Attle Barmi : “Magia genetica sulla Terra”, “Il Numero Risuonante conforma le Sfere”, “La Creazione delle Sfere Celesti”. La quarta scena vede Pitagora ed il Gran Sacerdote discutere sulle grandezze di Alessandria d’Egitto fondata da Alessandro Magno e della costruzione della prima e più grande biblioteca al mondo che secondo la tradizione menzognera della storia ufficiale finì in fumo dopo un incendio. Ma che in realtà fu trafugata dai Romani e poi molti anni dopo finì nelle biblioteche Vaticane. E poi ancora dei numerosi altri roghi nel corso della storia tutti tesi a occultare le antiche verità. Questa scena si chiude con la storia di Ipazia, filosofa, astronoma e matematica, una donna colta che fu fatta ammazzare dal sovrano Cirillo e da un gruppo di cristiani. Ipazia fu assassinata e bruciata in nome di Dio così come faranno i cristiani tante altre volte nel corso della storia, nei confronti di ogni forma di conoscenza diversa dalla loro. Ad accompagnare questa quarta scena c’è: “Il tunnel del tempo”. Un brano che si snoda attraverso la celebrazione della grandezza dell’antica città di Alessandria e delle sue biblioteche attraverso il tempo. Le note e la melodia sembrano quasi mimare il passaggio attraverso questi cunicoli, attraverso questo tunnel del tempo, (la Musica d’altronde è l’elemento principale di qualsiasi forma di attraversamento, mescolanza e contaminazione). A far da corollario ci sono le illustrazioni di Attle Barmi: “Ipazia (filosofa, matematica ed astronoma greca” e “Le donne di Alessandria d’Egitto”. La quinta scena comincia col Gran sacerdote che afferma che la Musica è la chiave per la comprensione di ogni cosa nell’Universo. Enki dal canto suo dice che attraverso la Musica ci si può liberare dai propri istinti animaleschi e ci si può elevare e raggiungere l’astronave dei Niburiani. Ossia che la Musica è una forma di redenzione e di liberazione. Aggiunge Pitagora che l’armonia musicale indica la via da seguire, è l’unico modo per raggiungere i nostri antenati venuti dallo spazio, dato che i Niburiani Anunnaki preferiscono il silenzio oppure l’armonia musicale. Vivian intanto dice che Enki potrebbe essere l’intermediario fra gli esseri umani ed i Niburiani o Anunnaki ossia i “costruttori sacri”, a patto che gli esseri umani imparino a cantare l’antica melodia primordiale. Mandelbrot interviene in scena affermando il concetto di “analogon”, cioè che la struttura molecolare di ognuno di noi è uguale a quella di ogni cosa. Il microcosmo è analogo al macrocosmo. Poi Keplero, il Gran Sacerdote e Pitagora convengono sul fatto che l’essere umano con la sua razionalità è un essere a metà, monco dell’intuizione e delle illuminazioni che solo il cuore può dare. Ad accompagnarci in questa quinta scena di questo viaggio spaziotemporale ci pensa “Harmonia universale”(Intelligenza del cuore) di Filippo D’Eliso coi suoi suoni rarefatti, come quando le nubi lasciano il posto al sole dopo una brutta giornata. Come quando si scopre un qualcosa di importante, la Musica e la sapienza del cuore sono l’unica salvezza, la sola via da poter percorrere. Da ricordare per questa quinta scena le illustrazioni di Attle Barmi: “L’Uomo nato dall’Antica Melodia”, “Dall’Ordine al Caos” e “Il segreto della Creazione: Luce, Suono e Harmonia”. La sesta ed ultima scena comincia con il Gran Sacerdote che confida a Pitagora ed alle nuove generazioni che non è vero che la vera Musica è quella delle avanguardie del ventesimo secolo. Entra in scena J. S. Bach che prendendo di mira la musica senza regole ed avulsa dalla tradizione addita Arnold Schoembergdi essere un falso profeta (col suo “Pierrot Lunaire”). Aggiunge Kayser che la mente razionale senza cuore e la mancanza di ispirazione saranno alla base di molta musica del ventesimo secolo. Questo equivale a dire che soltanto chi è in grado di coltivare la Bellezza, la Conoscenza e la Saggezza si può considerare un Musicista, gli altri sono soltanto pseudo artisti che senza lavorare pretendono di avere gloria. Intanto J. S. Bach si chiede come fare ad evitare che l’autore musicale diventi autocrate e giudice di se stesso. Interviene Zarlino per dire che un altro pericolo sarà quando si incomincerà a dire che il popolo non è in grado di comprendere o che sarà la musica d’avanguardia l’unica via da seguire. Allora l’inganno sarà nuovamente perpetrato. Intanto Robert Fludd afferma che i nuovi seguaci della cultura ufficiale e dominante imporranno con le loro case editoriali e discografiche e con tutti i loro mezzi di comunicazione di massa il loro credo dittatoriale. Il Gran Sacerdote afferma che verrà un giorno in cui la musica diventerà un fenomeno di moda. Gli risponde J. S. Bach affermando che l’arte senza tradizione, l’incultura ufficiale e la diseducazione commercializzata la faranno da padroni e questo soffocherà le voci delle antiche civiltà. Anche Pitagora osserva esterrefatto questo futuro che poi sarebbe il ‘900 e l’inizio del secondo millennio, quindi i nostri giorni. Questa parte della sesta scena è musicata da Filippo D’Eliso con “I Falsi profeti dell’Arte”, che si abbina benissimo al resto dell’Opera con dei suoni che mettono in luce la povertà della musica di avanguardia senza riferimento alla tradizione, sembra quasi un processo ai falsi profeti. La Musica di questa canzone inchioda simbolicamente al muro la mancanza di ispirazione, la pigrizia di tanta musica cosiddetta colta o d’avanguardia (come se venisse appesa al muro tutta la musica creata a vanvera senza rispettare le regole fondamentali di cui secondo Alessio Di Benedetto e Filippo D’Eliso la dodecafonia e la musica delle avanguardie novecentesche sarebbero l’emblema principale). Come immagine di Attle Barmi c’è a questo punto della narrazione l’illustrazione: “Distruzione dell’Harmonia”. La sesta scena continua con Pitagora che immaginando il futuro dice che all’inizio del terzo millennio gli esseri umani riusciranno a separare la politicizzazione dalla musica, perché quest’ultima non ha bisogno di difensori. La Musica va diritta al cuore, fa risvegliare gli archetipi ed i miti, fa vibrare le analogie universali. Continua il Gran Sacerdote dicendo che l’intuizione precede sempre la logica e che i Poeti ristabiliscono da sempre l’armonia. Quest’ultima scena ha come immagini le illustrazioni di Attle BarmiHarmonia della Vita” e “Il Tempio dellUomo – Verso la Luce”. Con Filippo D’Eliso che suona: “Il Graal (Balletto finale) La Ruota cosmica”, quindicesima ed ultima traccia della colonna sonora. Questo brano comincia con suoni rarefatti ed è un crescendo di emozioni, sembra quasi di essere risucchiati verso l’alto con leggerezza, dall’astronave dei Niburiani. Ed è la testimonianza che il miracolo si è compiuto, è una musica trionfale. Gli opposti si sono riconciliati, il sacro Graal è stato ritrovato. La prima cosa che mi viene in mente pensando a quest’Opera è che il libro sembra quasi un copione per uno spettacolo multimediale con tutte le indicazioni dei vari colori, dei vari filmati da proiettare. In altre parole sembra un copione con una sceneggiatura ben definita. “I figli della Sfinge” è un’Opera profondamente anti cristiana ed anti monoteistica ma non anti religiosa. (Infatti la radice etimologica della parola religione rimanda oltre che al significato di “tenere insieme e quindi tenuti insieme dalla divinità” anche a “scegliere ed in senso lato, cercare, guardare con attenzione, avere riguardo, avere cura”. In questo senso quest’Opera mi sembra che tenga insieme con cura tante tesi altre rispetto a quelle convenzionali). Hanno avuto coraggio Alessio Di Benedetto e Filippo D’Eliso e tutti gli altri che hanno collaborato alla stesura de “I figli della sfinge” “perché questa è un’Opera “rivoluzionaria”. Rivoluzionaria nel senso che propone una visione della nascita e dello sviluppo dell’essere umano altra rispetto sia alla visione comune, che alle tesi scientifiche tout court, che anche e soprattutto rispetto alle tesi della Chiesa Cattolica e Cristiana. E’ un’Opera ricca di spunti, per approfondimenti per chi è interessato o appassionato e vuole saperne di più. Infine è anche un’Opera rivoluzionaria anche musicalmente poiché oltre ad essere meta musicale nel senso che riflette attraverso parole, note, immagini sulla storia della Musica, lo fa auspicando un cambiamento. Cambiamento che non è sganciato dalla bellezza, dalla saggezza e dalla conoscenza della tradizione, (come quello dei musicisti colti o d’avanguardia fine a se stessa, i cosiddetti “falsi profeti”). “I figli della Sfinge“è anche un’Opera utopistica, un atto di fiducia e di coraggio verso i posteri, verso le nuove generazioni.

Mariano Lizzadro

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