Frankenstein: come il mostro esce dal mito

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Indubbiamente il racconto di Frankenstein è uno dei più conosciuti del genere horror-gotico: quanti bambini tremano nei loro letti per paura che arrivi il mostro ancora oggi, circa due secoli dopo la genesi del mito?

Mary Shelley, autrice dell’opera, creò la leggenda della nascita di una nuova vita direttamente dalla morte a soli diciannove anni, quand’era pressoché mia coetanea; oggi in me ha ispirato qualcosa di diverso, un significato tra le righe attuale, disincantato rispetto all’ambientazione “spettralmente fiabesca” del romanzo e riconducibile alla realtà quotidiana.

Victor Frankenstein, protagonista della vicenda narrata, è un meticoloso e acceso studioso di anatomia, che alimenta la passione per la cultura con curiosità crescente, destinata a condurlo ad un grosso interrogativo: è possibile creare la vita in modo diverso dall’usuale?

Tale desiderio di conoscere lo spinge a dar luogo all’esperimento cruciale della sua esistenza: cucendo insieme pezzi di cadaveri, dopo aver profanato diverse spoglie, Victor riesce ad introdurre l’alito di vita all’interno della sua creatura, che prende a vivere.

Il risultato della sperimentazione non ha un aspetto armonioso: è sproporzionato e grottesco, incute timore alla sola vista, tant’è che il suo stesso creatore ne rimane spaventato e lo allontana. Ma la creatura, dal canto suo, si presenta come un personaggio (inizialmente) positivo: dopo essere stato rifiutato da chi gli aveva dato vita, si sposta nei boschi, per giungere poi nei pressi di una baita, dove alloggiava una famiglia. Nascondendosi e diventando uno “spirito benigno”,inizia ad osservare il “gruppo umano”, cercando di coglierne il linguaggio e i modi di esprimersi: ciò nasce dalla necessità di relazionarsi, di dare e ricevere affetto. Sentendosi pronto, decide poi di provare un approccio diretto con la famiglia, ottenendo però l’esatto opposto di quanto desiderato: accusato di aver danneggiato la loro stessa salute avendo generato terrore, viene brutalmente scacciato.

Di conseguenza riprende la vita da latitante, lasciandosi andare agli impulsi negativi derivati dai due rifiuti, sfociando in barbarie violente.

“Maledetto, maledetto creatore! Perché continuai a vivere? Perché, in quell’istante, non estinsi la scintilla di vita che tu mi avevi avventatamente donato? […] Tutto era quiete e gioia, tutto all’infuori di me; io, come l’arcidiavolo, portavo in me l’inferno; e poiché nulla amavo, sentivo il desiderio di strappare gli alberi, di spargere all’intorno sterminio e distruzione e di sedermi poi a gioire della rovina.”

I sentimenti di rabbia e vendetta conducono la creatura a diventare un “mostro”:

“Sono perfido perché sono infelice”.

Prima dello scatto decisivo di violenza però, Frankenstein propone un patto al suo creatore, che consiste nel creare una compagna della sua stessa formare natura, affinché i due possano vivere insieme lontano dagli umani e accettarsi a vicenda, senza pregiudizi. Davanti a questa promessa di pace, Victor si trova davanti ad un bivio: creare nuovamente un essere del genere rappresenta sia un buon compromesso, che una minaccia per l’intera umanità.

Proprio per difendere gli uomini, lo studioso si mette in gioco e si sacrifica, tradendo e ingannando il patto. Questa scelta determina la degenerazione della malvagità appena nata nella creatura, che riesce ad imporsi e ad invertire i ruoli:

“Tu sei il mio creatore, ma io sono il tuo padrone: obbedisci!”

Così ha inizio il vortice di tirannide infernale che pian piano risucchia il creatore, spirale violenta che si chiude con la sua stessa morte.

Dietro l’impalcatura narrativa e i particolari grotteschi della vicenda tipici del genere, penso che ognuno di noi possa riconoscersi in entrambi i due protagonisti, considerandoli come due facce della stessa medaglia accomunati da uno strato: la responsabilità.

Tutto nasce da un desiderio, dalla curiosità che determina una scelta: come Victor, noi tutti puntiamo a realizzare ciò che bramiamo nelle nostre vite (e spesso ce ne pentiamo).

Come artefici delle nostre avventure e disgrazie, abbiamo la facoltà di creare, di elaborare, di sviluppare, di dare vita alle passioni che ci scuotono l’anima e ci fanno perdere il sonno, sentendo le forti, ma non cogliendone la reale natura. Ardenti di ambizione, non conosciamo il bene e il male, confondiamo i loro significati, lì intrecciamo a nostro piacimento, e creiamo.

La responsabilità di questo atto, però, finisce per caderci addosso pian piano, pagandone le conseguenze a tempo debito.

D’altro canto assecondare il desiderio non è l’unica responsabilità da prendere nel vivere quotidiano, la scelta riguarda anche ciò in cui credere e a cosa dare la priorità.

Spesso decisioni del genere vengono prese inconsapevolmente, scegliendo un male piuttosto che un altro, senza necessariamente credere davvero in qualcosa.

Dall’incoscienza e dall’ignoranza nasce il pregiudizio, che pretende di sostituire la coscienza e la morale, intaccando e segnando l’agire.

“Uomo – dissi – quanto ignorante sei nella tua presunzione. Smettila dunque, tu non sai quel che dici”.

Da ciò, deduco che ogni cosa, ogni scelta, può essere il nostro personale Frankenstein che ci tormenta: leggendo il romanzo in questa chiave di interpretazione metaforica, posso considerarlo come un monito all’agire responsabile, al pensare prima di creare. Qualsiasi cosa.

Chiara De Santo

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