“L’Isola di Arturo”, una modo di crescere diverso

morante2ok“L’Isola di Arturo” è un romanzo di Elsa Morante del 1957, vincitore dell’edizione del Premio Strega dello stesso anno.

Il racconto ruota e si sviluppa attorno alla figura di Arturo, l’eroe-ragazzo creato dall’autrice che, con le sue “gesta” quotidiane, rende pittoresca la descritta realtà di Procida durante il 1938.

Pur essendo presentato come un eroe, il protagonista limita la sfera “fantastica” della sua vita alle emozioni, minuziosamente descritte dalla Morante, e in totale contrapposizione alla realtà che, invece, vive.

Arturo, all’inizio del romanzo, è un ragazzino di quattordici anni che dimora nella sua isola, Procida.

L’Isola, pur essendo raffigurata come un luogo fisico reale, può, in qualche modo, essere concepita dal lettore in senso metaforico: Arturo è, per certi versi, un’isola, perché il suo personaggio delinea caratteristiche tali che egli risulti indipendente e singolare sotto ogni punto di vista. Il protagonista, infatti, si presenta come una realtà individuale e autonoma: orfano di madre (scomparsa in seguito al parto), Arturo vive le sue giornate in completa solitudine, poiché suo padre, il “mitico” Wilhelm Gerace, si trova continuamente in viaggio e, anche nei momenti di presenza fisica, risulta essere effettivamente assente.

Il mancato rapporto con il padre porta il ragazzo a creare una realtà parallela di quella stessa persona, che finisce con l’assumere una dimensione quasi mistica e rarefatta, dipingendo quel semplice procidano come un eroe di altri mondi.

L’eccessiva idealizzazione della figura paterna porta quest’ultima ad essere una forma estranea e sconosciuta, anni luce distante dal proprio ruolo nei confronti del protagonista. Arturo, quindi, vive gli anni della giovinezza tra favola e poesia, ispirato dall’immagine sacra del padre, credendosi altrettanto divino per il fatto di essergli figlio.

L’azione si svolge prevalentemente tra la “Casa Dei Guaglioni” e gli ambienti aperti di Procida, quali il porto, i vicoli e la piazza, luoghi nei quali il protagonista gironzola liberamente, senza limiti o regole, quasi fosse, appunto, il padrone dell’Isola.

Le reggia battezza come “Casa Dei Guaglioni” è la principale abitazione del protagonista, dove vive quasi sempre solo, eccetto per la compagnia del fantasma dell’Amalfitano.

Il nome del palazzo, coniato da Romeo l’Amalfitano, carissimo compagno di Wilhelm Gerace, indica la necessità di tenere le donne all’infuori della struttura perché esse, secondo la mentalità del proprietario, costituiscono la più grande sciagura del mondo.

L’idea, condivisa dal padre di Arturo e trasmessa, quasi per eredità, al figlio, ostacola nella mente del ragazzo ogni prospettiva futura di una vita vissuta accanto ad una donna e, soprattutto, lo porta ad avere poca stima e una bassa considerazione di ogni creatura di sesso femminile.

Il giudizio persiste fino all’incontro con Nunziata, inizialmente presentata ai lettori come la seconda moglie di Wilhelm, e quindi “matrigna” di Arturo.

Questa donna, descritta come gentile, ingenua e devotissima alla Vergine, viene sottovalutata da entrambe le figure maschili con cui convive, che la reputano stupida e di scarso intelletto, non degna di rispetto e cortesie.

Il matrimonio si rivela, infatti, essere un totale fallimento in quanto, dopo averle lasciato un bimbo in grembo, Wilhelm riparte per i suoi viaggi, tornando saltuariamente sull’isola.

In assenza del pater familias, i restanti abitanti della Casa stringono un legame singolare, fatto d’amore e odio: fra i due, infatti, si alternano insulti e mancanze di rispetto con momenti di forte affetto, e l’unione di questi gesti contrastanti fa scaturire nel protagonista il sentimento dell’amore, non ostacolato, per Arturo, né da limiti d’età in quanto sono quasi coetanei, né da ragioni morali, che invece hanno un grosso impatto su Nunziata.

Nel ragazzo, che poi ammette di essere in realtà innamorato dell’innamoramento, si manifesta il desiderio amoroso, che si presenta impulsivo, violento, immaturo e soprattutto giovane, quasi infantile.

L’impeto nell’animo di Arturo non sfocia solo nei confronti della donna, bensì stravolge l’intero personaggio in quanto, con veemenza, crollano tutte le certezze su cui reggeva la sua esistenza.

A questo si aggiunge una promessa infranta da suo padre (portarlo con sé in viaggio raggiunti i sedici anni), che fa sì che Arturo sprofondi nella stessa solitudine iniziale.

Nello stato di abbandono e delusione il giovane riflette e realizza quanto afferma:

“Così dunque la vita è rimasta un mistero. E io stesso, per me, sono ancora il primo mistero!”

Arturo che credeva di conoscere perfettamente tutto, le persone, la storia e il mondo, ammette il contrario, tornando sui suoi passi e capendo che lui, in realtà, non sa niente.

Con quella semplice frase si spezza l’incantesimo che preserva l’Isola (Procida, Arturo) dal resto del mondo.

Il punto di vista dello stesso protagonista diventa disincantato e realista: Arturo cresce seguendo un processo formativo, per certi versi, contrario “l’unidirezionalità” della crescita stessa.

Arturo, procedendo, cresce acquistando la consapevolezza di non aver saputo effettivamente niente quando invece era convinto del contrario.

Mi piace pensare che l’opera sia un romanzo formativo che nega il “senso unico” del corso di formazione proprio perché partendo da certezze apparentemente concrete si giunge ad un astratto mistero che rappresenta, paradossalmente, la realtà “vera” del personaggio.

Rimane un solo chiodo fisso che caratterizza Arturo:

“Crescere con una contraddizione: amare le prodezze, odiando la morte.”

Esso trova uno sbocco negli ultimi passi del romanzo, quando il protagonista decide di lasciare Procida per arruolarsi e combattere nella Seconda Guerra Mondiale; atto che denota la maturazione raggiunta dal personaggio, che affronta lo “svezzamento” dall’Isola, sia fisico che metaforico.

Chiara De Santo

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