Tra cinema e graphic novel: la Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret

20120213-6. Hugo. Illustr. Graphic Novel. Four
“La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret” è un’opera di Brian Selznick che si compone di parole e disegni, un affascinante intreccio di inchiostro e grafite che cattura il lettore, facendolo prigioniero dell’atmosfera di una stazione parigina degli anni Trenta.

Protagonista delle vicende narrate è Hugo Cabret, un orfano dodicenne che vive con lo zio orologiaio in una stazione della capitale francese. Il ragazzo passa le sue giornate facendo da apprendista allo zio, tenendosi a stretto contatto con ogni genere di macchinario. Ad alimentare i suoi sforzi col mondo delle macchine non è solo la necessità di trovarsi un impiego, quanto il desiderio di riparare l’automa lasciatogli in “eredità” dal padre. Proprio dalla figura paterna Hugo sembra aver ereditato anche l’attitudine, la dimestichezza e la passione per gli ingranaggi: prima della dipartita di egli, i due erano soliti dedicarsi al riassemblamento dell’uomo meccanico, rinvenuto dal padre in un museo in fiamme. Quei momenti non erano solo trasmissione di nozioni sulle macchine, bensì il passaggio vero e proprio di una passione, di un mondo, che si rivela essere poi vitale per il protagonista. Perso, orfano, senza punti di riferimento validi, Hugo si farà coraggio e strada basandosi su una filosofia di vita semplice ed essenziale: posto che l’intero universo sia un’enorme macchina, ogni pezzo deve necessariamente avere una propria collocazione e una propria funzione – perché produrre qualcosa che non serve e sprecare materiale? – quindi, in altre parole, ognuno di noi ha il suo posto nel mondo, nessuno è “inutile”.

In quest’ottica il protagonista agisce per trovare il proprio posto nel mondo, impedendosi di essere scoraggiato e sfiduciato.

Nella caotica stazione parigina, Hugo combina lavoro e “diletto”, rubando assemblaggi di ingranaggi al chiosco di un vecchio burbero, così da portare a termine la riparazione dell’automa lasciatogli dal padre, seguendo le istruzioni contenute in un prezioso taccuino.

Pur giocando d’astuzia, i furti vengono smascherati dal padrone della bottega che sequestra il taccuino minacciando di bruciarlo e accenna a denunciare il piccolo ladruncolo all’orfanotrofio per spaventarlo.

Dopo una serie di intimidazioni, i due giungono ad un accordo: Hugo, abile con le macchine, lavorerà per il vecchio, per poi, dopo tempo, riavere la refurtiva. Svolgendo la sua quotidiana occupazione presso la bottega, Hugo riesce a poco a poco a sottrarre buon materiale al vecchio, portandolo al suo rifugio e sistemando l’automa. Nel mentre, il protagonista incontra Isabelle, figlia adottiva del padrone del chiosco, che appare fin dall’inizio presa e interessata alle sue (dis)avventure. Pian piano Hugo riesce ad aprirsi con la ragazza e a rivelarle i suoi piani. Per assurdo e inizialmente senza spiegazioni e collegamenti logici, la scoperta della ragazza si mostra essenziale: la chiave che porta al collo risulta perfetta per l’ultima serratura dell’automa e grazie al suo intervento esso “prende vita”. La macchina inizia a disegnare linee sparse che, contrariamente al loro aspetto casuale, finiscono per rappresentare “Viaggio sulla Luna”, il capolavoro cinematografico di Georges Méliès.

Sorgono dubbi e domande e pian piano i “vuoti di trama” vengono colmati con ricerche e scoperte che portano dritti a Papà Georges, il vecchio del chiosco. L’uomo risulta essere proprio Georges Méliès, famoso regista attivo prima della Grande Guerra: costretto ad abbandonare l’arte a causa del lungo conflitto internazionale, aveva deciso di accantonare il mondo del cinema, quasi a dimenticare la sua vita passata, rintanandosi dietro un bancone come sognatore represso e fallito. Seppur a stenti e con molto timore, alla fine il signor Méliès riesce a ritrovare fiducia nei suoi sogni e in se stesso, tornando ad occuparsi della fabbrica dei sogni: il cinema. Il vecchio coinvolge anche Hugo, che diventa un illusionista.

Il messaggio del romanzo è colmo di speranza, che non rimane astratta e non si limita allo spirito, ma che porta un vivo e pratico esempio di un grande sognatore che non si è arreso, ossia Méliès.

Speranza, tenacia, forza d’animo: tutte caratteristiche rintracciabili nel protagonista, Hugo, che si presenta molto più maturo rispetto alla sua età. Sebbene sia solo un ragazzino, Hugo pensa e agisce in modo a tratti visionario, con ottimismo raggiante che si oppone fortemente al vissuto dello stesso personaggio.

Potremmo dire che è un personaggio che si è fatto da solo, cresciuto e maturato da autodidatta, libero e indipendente. Hugo è un piccolo eroe, una figura importante nel panorama dei sognatori, fonte d’ispirazione per grandi e piccini. Ciò che più mi ha colpito è la sua idea di mondo, infusa di speranza e coraggio, non astratta pur essendo frutto del respiro di un sogno, ma estremamente pratica e materiale.

Vedere l’universo come un’enorme macchina equivale un po’ a strumentalizzare e a rendere più semplice (a portata di mano) tutte le cose; non è qualcosa di impossibile, anzi, basti considerare che un’idea simile derivi dal raziocinio di un bambino e, in quanto tale, questa visione può essere estesa a tutti.

Per certi versi, potrebbe essere un’alternativa laica (o atea) al Disegno Divino, valida e consistente, che giunge al lettore nel modo più diretto e semplice: dalla bocca di un bambino.

Il romanzo, quindi, oltre ad affascinare con disegni curati e dettagliati, colpisce ed ispira col più sincero e concreto messaggio di speranza, invitando chi legge ad aprirsi ai propri sogni sempre, a far di tutto per realizzarli, non lasciandosi frenare da ostacoli ed errori: tutto ha un suo perché, bisogna solo avere fede e guardare le cose da una prospettiva più alta ed ampia.

Chiara De Santo

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