I volti dell’Amica geniale

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Quant’é difficile descrivere un bel libro, parlare di ciò che dona nella lettura, della sua complessità, dei molteplici punti di vista in esso presenti.
È il caso, per me, dell’ Amica Geniale, primo dei quattro romanzi con protagoniste Raffaella ed Elena, Lina e Lenú, dell’autrice Elena Ferrante.
L’Amica Geniale si prospetta come uno spaccato dell’epoca successiva alla Seconda Guerra Mondiale, in cui vengono raccontate le storie del popolo e di Napoli in modo attento e realistico, dal punto di vista dell’autrice stessa, che si maschera nei panni di Elena Greco, figlia dell’usciere di uno dei rioni più poveri e periferici della città. Elena non è la figura predominante, anzi, è la coprotagonista di Raffaella, detta Lina o Lila, Cerullo, figlia dello scarparo, con la quale instaura dal principio un’amicizia indissolubile che porterà le due ragazzine a crescere insieme, diventare donne, e proseguire in modo dipendente l’una dall’altra per il resto delle loro vite.
La trama, credo, sia ben nota un po’ a tutti, dato l’enorme successo raggiunto dalla trasposizione televisiva del romanzo: ognuno sa di quest’amicizia partita come una linea retta e poi giunta ad una biforcazione, da un lato Elena, che ottiene dalla famiglia Greco la possibilità di continuare gli studi, di imparare il greco e il latino, dall’altro Lila, che, costretta ad interrompere bruscamente il percorso formativo per volere del padre, si ritrova ad avere a che fare con scarpe, progetti, giri di denaro, e proposte di matrimonio spesso dettate dagli interessi.
È una trama a tratti cruda, violenta, quanto soprattutto realistica e veritiera: più volte mi è capitato di storcere il naso leggendo, non solo perché quanto letto non mi piacesse, quanto più perché quanto letto sia stato reale e non frutto dell’invenzione di un’autrice Geniale.
Tanti sono gli aspetti che emergono dalla storia di queste due amiche, uno tra tutti è la disparità sociale. Nel corso del romanzo viene spesso nominata la “Borsa Nera”, con riferimenti a Don Achille, il quale, nel periodo subito successivo alla guerra, aveva gestito i traffici di denaro nel rione, arricchendosi a spese dei più poveri.
L’Amica Geniale è, quindi, una storia di miseria, di precarietà, di mancate opportunità: Lila è l’esempio lampante di quanto questa povertà abbia ostacolato la ricchezza della mente, bellezza che, perdendo il suo posto nel cervello, a detta della maestra Oliviero, una delle figure più incisive nel percorso scolastico di entrambe le protagoniste, “si è spostata in petto, nelle cosce e nel sedere, dove presto svanirà”.
Se, dunque, Lila, privata dell’istruzione e pian piano anche dell’interesse per la cultura, si adagia alle forme del rione, della vita popolare, del volgo e alle consuetudini dell’epoca, Elena, dapprima spronata allo studio dalla competizione con l’amica, prende poi la sua strada, emergendo dalla realtà in cui vive, sentendo la necessità di fuggirne.
Di colpo, Elena si scopre estranea al suo gruppo di amici, pur essendo cresciuta con loro e avendoci trascorso gran parte della sua vita assieme, e possiamo notare in lei il tentativo di evadere, di “emanciparsi” dalla grettezza della cosiddetta “plebe”, che le si presenta realizzabile in Nino Sarratore, il ragazzo che fin dall’infanzia l’aveva vezzeggiata e che lei, pur amandolo, aveva sempre rifiutato.
I rapporti delle due protagoniste con la realtà maschile che le circonda è diverso per ognuna di loro, e nella lettura del primo volume possiamo notare uno scambio di posizioni, che trasforma un’idea iniziale in un finale opposto.
Tra le due, inizialmente, quella più emancipata è Lila: mentre Elena non riesce a concepirsi come un’unità singola, desiderando continuamente la presenza di un “principe azzurro” accanto a sé, Lila agisce in modo indipendente, non curandosi delle attenzioni che riceve da Pasquale, Enzo, Antonio e Marcello Solara e non chiedendone.
C’è una scena emblematica in cui emerge in modo forte e deciso il temperamento di Lila e la sua idea riguardo alle relazioni con i ragazzi : quando i due fratelli Solara, i successivi “padroni del rione” alla morte di Don Achille, avvicinano Elena e Carmela, Lila si fionda su entrambi con tanto di coltello, minacciandoli.
Vediamo quindi in lei il coraggio, la sfrontatezza che all’epoca non erano considerate “qualità buone” per una signorina, e soprattutto l’idea dell’indipendenza della donna dall’uomo, che invece non è presente, almeno all’inizio, in Elena.
Nel corso del romanzo però entrambe crescono, cambiano: Elena riesce a liberarsi dell’idea di subordinazione della donna all’uomo che spopolava nella realtà del rione napoletano, mentre Lila cede alla dichiarazione di Stefano, salumiere locale, sposandolo e facendosi “mantenere” economicamente da lui.
Oltre ai rapporti con gli spasimanti, nell’opera girano anche altre figure maschili, come per esempio i padri e i fratelli delle protagoniste.
Anche in questo caso per le due troviamo due diversi mondi: il padre di Elena si mostra più flessibile nei confronti della figlia, sicuramente più moderno per l’epoca, mentre lo scarparo Cerullo non transige nell’affermare la propria autorità come capo della casa, della famiglia e proprietario degli altri membri di essa. A lui si deve l’interruzione degli studi di Lila, la vendita di quest’ultima in sposa a Marcello Solara, contro la sua volontà (che riesce poi a prevalere con l’entrata in scena di Stefano) e altri soprusi a danno della moglie e della figlia. In contrapposizione alla figura autoritaria del padre in casa Cerullo emerge quella di Rino, fratello di Lila, cui l’impostazione patriarcale della famiglia sta stretta quasi quanto per la sorella. Rino vuole essere indipendente e intraprendente, sfidando la chiusura mentale del padre e le necessità della povertà. Rino va oltre quanto afferma suo padre, riconoscendo il prezioso valore della sorella, intelligente, matura, brillante, geniale.
In una scena emerge in modo decisivo l’apertura di Rino, che fronteggia suo padre sulla questione dell’istruzione della sorella.
Per Rino, Lila deve studiare, ne ha le capacità, ma Fernando Cerullo si oppone in modo mediocre e retrogrado, rispondendo che dato che né lui né suo figlio maggiore avevano studiato, perché avrebbe dovuto farlo sua figlia, pure femmina?
La bassezza morale e intellettuale impedisce al capofamiglia Cerullo di riconoscere le abilità di Lila, il suo valore in quanto persona, le sue possibilità: l’unico attributo che ha sua figlia è quello di poter essere data in moglie e garantirgli la parentela con qualcuno di ricco, o quantomeno più agiato di lui.
Un altro tema molto importante affrontato nel romanzo è quello dell’amicizia, cui si prestano le due protagoniste per darne un grande esempio.
Nei racconti dell’infanzia, Lila appare come una bambina cattiva, di certo “superiore” ad Elena, che cerca di prevalere sugli altri e comandare, mentre la sua coprotagonista mostra un carattere più dolce e mansueto, pronto a farsi guidare. Elena, quindi, fin dall’inizio si accorge di essere dipendente da Lila, di non poterne prescindere: Lila è il motore di Elena, è lei che la spinge ad adottare comportamenti “trasgressivi”, a studiare sempre di più, a competere e mettersi in gioco. D’altro canto, però, questa dipendenza vale anche per Lila, che si presenta come un personaggio forte, sicuro di sé e indipendente, ma che in realtà è di natura insicura e fragile.
Elena è per Lila un porto sicuro, una roccia, il momento di riflessione tra attimi di impulsività; sono essenziali l’una per l’altra.
E dati questi presupposti, si può intendere quanto sia catastrofico il passaggio finale, dal quale poi riprende il secondo volume (che ancora non conosco) : sfuggire alla grettezza del rione, significa per Elena allontanarsi dalla sua Amica Geniale, dal motivo più puro di tutte le sue azioni e competizioni, dal suo unico punto di riferimento; benché si fosse già sentita persa con l’adattarsi di Lila alle forme del volgo, cambiare realtà è per Elena il passo decisivo, quello di non ritorno.
Tanti sono gli aspetti che emergono dalla lettura dell‘Amica Geniale, offrendo numerosi spunti di riflessione su un’epoca particolare, che portava in grembo il seme del cambiamento, tangibile già nell’emancipazione delle due protagoniste.
Consiglio questo libro proprio per questo: oltre ad essere scritto meravigliosamente, la storia in sé riesce a trascinare il lettore nella realtà del secondo dopoguerra, mettendo in risalto le conseguenze dei moti bellici e politici sul popolo, vittima e carnefice di ogni cosa.

Chiara De Santo

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