Virginia Woolf. Gita al Faro, verso l’irrealizzabile

La lettura del romanzo Gita al Faro segna il mio primo approccio al mondo di Virginia Woolf, scrittrice vissuta a cavallo tra fine Ottocento e prima metà del Novecento, di cui avevo tanto sentito parlare e che da tempo, indirettamente (se si considera che ancora non avevo letto nulla di suo per intero), stimo, sapendo del suo enorme contributo alla rivoluzione femminista del suo tempo, e che ancora continua nei nostri giorni seguendo le orme di figure magistrali come la sua.

Gita al Faro costituisce un esempio di come quest’ autrice abbia dato voce alle donne nelle sue opere, restituendo loro la libertà di esprimersi, da tempo negata dallo stato di subordinazione in cui molte versavano e, ancora oggi,in alcune parti del mondo, molte continuano a vivere. Questo romanzo è di carattere introspettivo, estraneo al realismo e ben lontano dall’essere un semplice racconto di un’uscita di famiglia. Leggendo, ho spontaneamente pensato che ciò che avevo sotto gli occhi non era stato scritto, bensì ricamato dall’autrice, come se con le parole fosse riuscita a creare quadri perfetti di concetti, non limitandosi a descrivere i fatti, ma appunto creando immagini e metafore suggestive che rendono giustizia ai pensieri che vengono taciuti nei racconti d’avventura.

Non è un romanzo oggettivo e di esso non può farsi una lettura ordinaria e leggera, bensì bisogna necessariamente andare oltre ed immergersi nella dimensione “astratta” dell’io, che l’autrice concretizza fornendo una serie di input visivi che rendono più versatile la comprensione dei sentimenti e la loro intensità.

È un romanzo tutt’altro che semplice, per niente banale o prevedibile, soggettivo per chi scrive e per chi legge. A me, ad esempio, è capitato di riconoscermi più volte in alcuni pensieri, sentendomi perfettamente in linea con ciò che l’autrice metteva in testa ai suoi personaggi.

Ma in che contesto si inseriscono queste riflessioni distensive?

In chiave autobiografica, Virginia Woolf costruisce un quadretto di famiglia, cui assegna il nome dei Ramsey, nucleo composto da madre, padre e otto figli. Attorno alla famigliola gravitano diversi altri personaggi, tra cui Lily Briscoe, pittrice che nasconde l’autoritratto dell’autrice, una donna tormentata dall’insicurezza circa la sua arte, nata dalle idee del signor Charles Tansley, altro frequentatore abituale dei Ramsey, che ritiene che le donne non siano capaci di dipingere e scrivere, William Bankes, l’uomo adatto alla signorina Briscoe, secondo i desideri della signora Ramsey, e tanti altri.

Tra le tante figure, l’autrice ne mette in evidenza tre, ossia i signori Ramsey (specchi dei suoi genitori) e Lily, sua voce diretta.

Questi sono i personaggi che vengono maggiormente approfonditi e confrontati tra loro, tutti e tre “condizionati” da un “quarto personaggio”, il Faro, cui la Woolf dedica il romanzo. Il Faro rappresenta una meta lontana e inaccessibile, un desiderio che illumina fisicamente i personaggi con la sua luce, capace di creare dibattito e spazio, trasportando i pensieri dei suoi beniamini con “lui” (it, sarebbe più corretto).

Il romanzo si apre con la richiesta di James, uno degli otto figli, di andare al Faro il giorno seguente, e questa viene seguita dalla positiva risposta della signora Ramsey, sì, certamente, se domani è bello.

L’entusiasmo che nasce in vista di questa gita viene prontamente stroncato dalla risposta del padre, realista e negativa, che annulla le speranze appena nate.  Domani, di certo, pioverà.

Il primo scontro che l’autrice porta nella sua opera è quello tra il materno e il no paterno, accennando al divario tra i due personaggi che verrà di seguito approfondito.

La madre viene descritta come una donna di estremo fascino, capace di assoggettare tutti al suo volere, un po’ come se fosse la padrona degli eventi, lei che tesse le trame delle vite che l’accompagnano. Lei, che perseguita chi le sta attorno con l’imperativo all matrimonio, all’amore, ma che di fatto nella sua situazione viene privata della libertà di esprimersi nei confronti di suo marito (in un punto, la donna guarderà gli occhi supplichevoli d’affetto di suo marito e lei sarà incapace di rispondere, non riuscirà a dirgli che l’ama e questo passerà come sottinteso). Ma ecco che a questa prassi dei rapporti umani Virginia Woolf trova un espediente per cambiarne le regole, dando ampio spazio alle riflessioni e ai pensieri di questa donna (in realtà ad entrambi i personaggi), restituendole la facoltà di parlare e libertà di cui “le regole” l’avevano privata. La penna dell’autrice diventa la voce della signora Ramsey ed ecco che le sue preoccupazioni e i suoi turbamenti, le sue riflessioni esistenziali (che possono essere quelle di una madre, in pensiero per i figli, come, più in generale, quelle di un essere umano) vengono a galla, lasciandoci un’immagine rarefatta della donna, assimilandola agli elementi naturali e in particolare al Faro, riconoscendo nella natura la più sincera e autentica forma d’espressione, l’impeto di libertà.

La signora Ramsey sembra più un’entità astratta, infatti non è specificamente delineata dal punto di vista fisico, una bellezza spirituale, presente in più cose, in più elementi naturali piuttosto che in membra umane. Questo dettaglio porta sulla carta anche l’idea che l’autrice possiede della realtà, un’idea di realtà lontana dal realismo, ben distinta dalla figura che ci profila di suo padre, nel romanzo il signor Ramsey.

L’uomo, a differenza della moglie, è attaccato alla dimensione reale, legame ben tangibile nella negazione iniziale, domani, di certo, pioverà, una visione che esclude il sogno, il desiderio della moglie, trasformando il Faro in una meta irraggiungibile.

Il signor Ramsey è presentato come uno scrittore e un insegnante di filosofia, un uomo realista, continuamente insoddisfatto da se stesso, bisognoso di costante approvazione da parte della moglie (che lo venera, ma è come se la relazione si fermasse a quel punto, nient’altro), da cui viene sempre implicitamente accontentato, senza parole a sostegno di ciò che viene considerato sottinteso.

Nei pensieri della donna l’uomo viene osannato, dipinto come l’uomo più intelligente, capace di sviluppare un pensiero dalla A alla Z, ma sembra quasi essere un sentimento a senso unico, una completa dedizione non totalmente ricambiata, almeno non alla stessa maniera.

Sebbene, quindi, la signora Ramsey non venga esaltata dal marito, le sue lodi sono sulla bocca di tutti gli altri personaggi, in modo particolare su quella di Lily, l’altro personaggio protagonista, la voce dell’autrice.

Il legame tra le due donne è un po’ come quello tra madre e figlia (nella realtà sì, ma nel romanzo le due non sono di fatto parenti), e in questo tipo di rapporto le due figure si confrontano, unendo le loro diverse vedute.

Da un lato abbiamo la signora Ramsey, vicina alla divinità agli occhi di Lily, potente, carismatica, decisiva in ogni cosa a lei vicina; dall’altro Lily, una donna insicura, giovane, che vede nell’altra un Faro, l’ispirazione.

Ciò che le divide è un’idea diversa, un contrasto fondamentale: mentre la signora Ramsey, ricordiamo, ripeteva la necessità di sposarsi come un mantra, cercando di combinare un po’ tutti, Lily percepisce se stessa come individuo, un pezzo unico, che non ha bisogno di trovare alcuna metà perché, appunto, è già intera.

Una donna indipendente, che va oltre la mentalità ancestrale della subordinazione, che vive la sua realtà singola in pace con se stessa, libera dalle pressioni sociali secondo le quali, stando all’opinione pubblica del tempo (che sopravvive ancora oggi, in alcuni casi) avrebbe avuto un certo volume solo accanto ad un uomo, sposa e madre.

La giovane riconosce la grandezza della signora Ramsey, il fascino della maternità (il suo personaggio entra in scena proprio dipingendo un quadro che ritrae la signora Ramsey con James, suo figlio, quasi fosse una Madonna con Bambino), e sebbene in un primo momento lei si senta privata di quella dimensione, sapendo di non voler sposarsi (e quindi procreare), e percepisca se stessa in difetto, fuori posto, inadatta a scrivere e a dipingere, come la vedeva Charles Tansley, alla fine riesce a riscattarsi, ad accettare le sue idee e concretizzare il suo ideale di vita, l’arte.

Ho trovato questa lettura davvero stimolante, produttiva e riflessiva. Ho davvero adorato il modo di scrivere di Virginia Woolf, in modo particolare la limpidezza delle immagini che riesce a regalare con le parole. Non credo mi limiterò ad una sola lettura, mi prometto di ritornarci tra un po’ di tempo, in cerca di nuove sensazioni e altri spunti, per immergermi ancora più a fondo.

 

Chiara De Santo

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