Le donne hanno bisogno di una stanza tutta per sé

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Se Gita al Faro aveva segnato il mio primo approccio al mondo di Virginia Woolf, la lettura del saggio Una stanza tutta per sé sancisce la nascita della più grande stima e ammirazione nei confronti di un’autrice così geniale e completa come lei.

L’intera opera ruota attorno al rapporto tra le donne e la narrativa, portando alla luce uno studio approfondito e panoramico sulla storia e sulla condizione sociale delle donne nella storia, strettamente collegata alla capacità e alla possibilità di scrivere.

Nel saggio Virginia Woolf evidenzia che fin dall’inizio dei tempi le donne hanno vissuto una situazione di svantaggio: presso alcune tribù si sosteneva che le donne non avessero un’anima, sebbene in altre esse venissero considerate per metà divine (ed erano venerate), nel Medioevo nessuna donna aveva potere decisionale sulle proprie sorti, la famiglia decideva per lei la sua strada, le combinava un matrimonio e, una volta celebrato questo, la donna diventava proprietà del marito, venduta come merce al mercato.

Nel Seicento si assiste invece ad un leggerissimo cambiamento, quasi irrilevante perché riguarda unicamente le classi sociali superiori, un’unghia della popolazione femminile mondiale: la donna aveva la possibilità di scegliere suo marito, ma, ancora una volta, col matrimonio abbandonava ogni sua libertà decisionale ed economica.

Racconta la Woolf che esisteva una legge che trasferiva il guadagno delle donne nelle tasche dei mariti, privandole del frutto materiale del loro lavoro.

Alle donne, poi, erano riservate determinate mansioni lavorative, come leggere per gli anziani, insegnare ai bambini l’alfabeto (cose “semplici” cui non tutte però potevano accedere, perché gran parte delle donne non veniva istruita), costituire fiori artificiali, imbucare la posta; tutte professioni che garantivano un esiguo guadagno, una cifra minimale che veniva prontamente sottratta alle lavoratrici.

Le donne erano quindi schiave, veniva sfruttate ed erano obbligate a lavori che spesso non soddisfacevano la loro indole e le loro inclinazioni.

Nella storia diverse sono state le opinioni degli uomini sulle donne, e la Woolf calca la differenza tra la figura femminile nella poesia e quella nella realtà: se i poeti cantavano ed esaltavano la bellezza, le forme e la dolcezza delle donne, elevandole al settimo cielo, bisogna considerare che questa stima e questo rispetto solo in alcuni casi veniva traslato nella realtà, e che quasi sempre le donne venivano umanamente declassate.

Napoleone riteneva le donne incapaci ad apprendere e ad essere educate, mentre il dottor Johnson pensava l’esatto contrario; alcuni erano convinti che le donne avessero un cervello più piccolo rispetto agli uomini, ma al contempo altri le giudicavano più propense ad indagare la coscienza. Goethe le onorava, Mussolini le odiava.

Virginia Woolf riporta anche le parole di un Papa che affermò che nessuna donna sarebbe mai stata capace di scrivere come Shakespeare, che nessuna potesse mai essere dotata del genio di Shakespeare; l’autrice aggiunge che nessuna donna sarebbe stata capace di scrivere come Shakespeare, ai tempi di Shakespeare: in epoca rinascimentale le donne continuavano a vacillare nella loro ignoranza, non venivano educate, non potevano studiare né tantomeno avrebbero mai avuto modo di farsi strada nel mondo dello spettacolo, giacché in quegli anni alle donne non era permesso recitare o assistere agli spettacoli teatrali non accompagnate.

La cultura era appannaggio del sesso maschile, un’esclusiva che consentiva loro di sentirsi superiori.

E qui la Woolf si pone la domanda chiave, l’origine della questione sviluppata: perché gli uomini hanno bisogno di sentirsi superiori?

L’autrice, infatti, evidenzia che le donne vengono considerate inferiori rispetto agli uomini (in relazione, quindi), e che gli uomini necessitano continuamente di rivendicare la loro legittima superiorità.

Ma da cosa nasce questa feroce esigenza?

Virginia Woolf rintraccia l’origine della lotta per la supremazia nella più autentica espressione della natura umana: l’illusione.

Noi, esseri umani illusi, abbiamo bisogno di sicurezza, di coraggio, per vivere ed espanderci.

Per questa ragione gli uomini necessitano di sentirsi superiori, per mettersi in gara e conquistare il mondo.

Non bastava controllare gli animali e le piante, serviva erigersi anche su metà del genere umano (e non solo, se si considera anche il fenomeno del razzismo), per sentirsi forti, rassicurati, supportati nella campagna di espansione mondiale.

Quindi, contrariamente a chi ancora pensava che le donne fossero solo delle fabbriche di prole, e che questa fosse la loro unica utilità in relazione al sesso maschile, secondo la Woolf il tempo di necessità si dilata e va oltre l’età fertile, estendendosi per la durata del conflitto col resto del mondo.

Finché l’uomo riesce a sentirsi in grado, nessuno lo ferma, nessuno può arrestare la sua affermazione sulla natura, sulle donne e sugli altri uomini.

Il privilegio intrinseco alla sua natura è il motore che alimenta le guerre, le conquiste e le campagne.

Questa è quindi la motivazione, ma non la giustificazione.

Le donne vengono demotivate, de-umanizzate, private della loro libertà e dignità da queste barbarie, dalla sete di potere e la loro unica via di scampo è il raggiungimento dell’indipendenza.

Fino al Settecento non ci sono tracce di scrittrici, poiché fino ad allora l’ingiustizia, la disparità sociale ed economica veniva considerata naturale ed ancestrale, giusta (almeno da tante donne e tanti uomini), pur non essendolo.

Ma poi qualcosa è cambiato, è nato il Movimento Femminista, cui principio base non era un rovesciamento della situazione, bensì il raggiungimento di un equilibrio, della parità, dell’uguaglianza tra esseri umani, in diritti, doveri, opportunità e possibilità.

Con questo sogno spiccano figure di donne rivoluzionarie, tra queste Aphra Behn, autrice considerata madre del Romanzo, di merito riconosciuto solo due secoli dopo la sua attività (proprio grazie a Virginia Woolf).

E cosa caratterizza queste donne?

Cosa le rende diverse, rivoluzionarie, indipendenti?

Schiettamente, Virginia Woolf risponde una stanza tutta per sé.

Ma che cosa rappresenta la stanza singola nell’immaginario dell’autrice?

Nelle parole della Woolf spicca un forte legame con le cose materiali, come la stanza e lo stipendio fisso, cose che concretizzano la libertà intellettuale.

Le donne sono sempre state povere, non hanno mai avuto la ricchezza della libertà, di cui ha goduto abbondantemente l’altro sesso per secoli e secoli.

Una stanza tutta per sé rappresenta la possibilità di distaccarsi e allontanarsi da ogni tipo di distrazione e obbligo, creando uno spazio libero per riflettere: la distanza dalle abitudini domestiche porta alla nascita di un ambiente fecondo dal punto di vista intellettuale, libera le idee, una realtà individuale che prescinde da ogni altra influenza.

Alla stanza si aggiunge lo stipendio fisso, la libertà economica di non piegarsi ai voleri di nessuno, di assecondare le esigenze personali ed esprimersi senza rischio di censura.

Questo è il vaso in cui, secondo l’autrice, può fiorire l’arte nella sua più concreta forma: la libera espressione.

Giunta a questa conclusione, Virginia Woolf termina il suo saggio con un monito che non costituisce l’ultima parola, bensì una pietra su cui edificare una continua rivoluzione.

Considerando la presunta sorella di Shakespeare, magari dotata dello stesso talento del fratello, ma naturalmente (perché donna!) esclusa dalle possibilità aperte al fratello.

Un’anima poetica logorata, intrappolata nel corpo di donna, destinata a marcire.

Quest’immagine decadente ci viene proposta dalla Woolf, e con questo scatto conclude l’opera: la poetessa è ancora viva, e le viene resa giustizia ogni volta che una donna sfida e scavalca le ingiustizie sociali cui viene assoggettata.

Per questa donna, tutte le donne devono mobilitarsi e lottare.

Virginia Woolf introduce la solidarietà femminile, la sorellanza, sentimento che nelle opere precedenti veniva negato in favore di una continua faida tra donne, per sempre rivali.

Il messaggio che esce dal saggio infonde speranza, invita a non smettere mai di battersi per la parità, per il valore dell’uguaglianza e della libertà.

Il femminismo è necessario, lo era, lo è ora e lo sarà sempre.

A noi lettori l’autrice lascia un compito e, soprattutto, una grande responsabilità: pur leggendo l’opera un secolo dopo, l’emergenza permane e dipende da noi il risultato di secoli di lotte per l’emancipazione.

È un saggio che educa al rispetto, promuove sani principi, che io condivido pienamente.

È confortante leggere le parole di chi ha combattuto, infonde speranza e spirito d’iniziativa; ciò che resta, però, ancora amaro, è che alcune delle situazioni descritte, dei soprusi e delle violenze, non appartengono solo al passato, ma in qualche modo sopravvivono ancora oggi.

Proprio per questo ritengo che oggi come allora ogni conquista resti una piccola vittoria di un conflitto da cui è necessario uscire vincitori.

La battaglia non appartiene solo alle donne: le persone, prima di tutto!

Chiara De Santo

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