“La casa degli spiriti”: un’epoca raccontata attraverso gli occhi di una famiglia

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La Casa degli Spiriti è il romanzo che apre la carriera della scrittrice sudamericana Isabel Allende, composto e pubblicato nel 1982.

Pur essendo “alle prime armi”, l’autrice ha comunque scelto un’impresa dispendiosa e di certo non semplice: descrivere un’intera epoca con pochi personaggi fittizi da inquadrare in un contesto ampio e complesso, quale quello del Novecento Cileno.

Il romanzo, precisamente, è cronologicamente situato tra gli anni Venti e il 1973, anno del golpe militare in Cile, uno degli eventi più rappresentativi e significativi della Guerra Fredda.

La Casa degli spiriti è stato definito un romanzo familiare, in cui tutto ruota attorno alla figura di Esteban Trueba, personaggio portate dell’intera vicenda, nonché protagonista degli eventi narrati.

Nel primo scenario che l’autrice ci presenta notiamo la famiglia Del Valle, composta dai due coniugi, Nivea e Saverio, e due figlie, Rosa, l’avvenente dea dai capelli verdi, e Clara, una bambina perspicace, dotata dell’arte dello spiritismo. Attorno a questa famiglia gravitano diverse e varie figure, come lo zio Marcos, avventuriero e celebre esploratore, la Nana, balia dei bambini della famiglia e altri ancora. Parallelamente a questo quadretto familiare, ci viene proposta la figura del giovane Esteban Trueba, un ragazzo proveniente da una famiglia povera e trasandata, costretto ad ammazzarsi di lavoro per racimolare la somma necessaria per potersi sposare con Rosa, sua amata.

Mosso da questo desiderio, il giovane lavora fino allo sfinimento, rinunciando a vedere più spesso Rosa e a stare con la sua famiglia, vivendo il suo amore solo attraverso delle lettere. Tutto sembra andare per il meglio, quando gli eventi vengono stroncati dall’improvvisa e inaspettata morte di Rosa, avvenuta in seguito all’avvelenamento: alla giovane è stato somministrato del vino indirizzato a suo padre, esponente del Partito Conservatore, dai suoi avversari politici. Così Rosa viene a mancare, e con lei sparisce il senso della vita di Esteban Trueba, che fino ad allora aveva condotto i suoi giorni in funzione del matrimonio. Clara, sorella minore di Rosa, grazie alle sue abilità spiritiche, aveva predetto l’evento, e, una volta avveratasi la sua predizione, esaurisce il dolore del lutto in un lungo silenzio protrattosi per i nove anni successivi. Nel frattempo, vinto dal dolore, Esteban viene coinvolto in un vortice di violenza e turbamento che lo plasmerà (almeno per alcuni aspetti del suo carattere, come l’irrequietezza), fino a quando, convinto di aver bisogno di trovarsi una moglie, arriverà a chiedere in sposa Clara, colei che sarebbe dovuta essere, in realtà, sua cognata. Il silenzio della ragazza viene rotto proprio da quest’annuncio, i due si sposano e insieme vanno a vivere presso la tenuta “Le Tre Marie”, quella che sarebbe dovuta essere la residenza di Esteban e Rosa una volta sposati, che Esteban stesso, grazie ai guadagni giunti dall’incessante lavoro, aveva provveduto a mettere a nuovo. Le Tre Marie sono uno dei luoghi chiave del romanzo, uniti alla casa all’angolo nella capitale, altra residenza della famiglia Trueba, in quanto nel romanzo proprio questa tenuta vedrà l’arrivo e la partenza di numerosi personaggi, come tutte le generazioni dei Garcia, contadini e mezzadri che rivestiranno un ruolo fondamentale nello sviluppo della vicenda narrata. Esteban è il simbolo della mobilità sociale, l’uomo che riesce a dominare e a cambiare le proprie sorti, vincendo il divario sociale tra classi: in partenza, vediamo questo personaggio in condizioni vicine all’estrema povertà, costretto a lavorare anche più del dovuto per raggiungere il suo fine, in condizioni malsane e non igieniche; successivamente, proprio mediante il lavoro il giovane riesce a riscattarsi: accumula una certa ricchezza che investe nella tenuta delle Tre Marie, che da rudere viene trasformata in una vera e propria tenuta da piccolo latifondista: Esteban, qui, s’impone come signore e proprietario, offrendo lavoro ai contadini (che quindi diventano mezzadri), regole, nonché la possibilità di studiare, istituendo con sua moglie una scuola elementare. Sembra quasi essere la situazione ideale, ma bisogna guardare ai retroscena violenti che hanno condotto a ciò: la presa di coscienza fa nascere piccole rivolte, delle voci s’innalzano contro Esteban Trueba e il suo operato, ma, almeno all’inizio, lui sembra quasi non curarsene. Nel frattempo la novella coppia dà alla luce la primogenita, Blanca, e successivamente due gemelli, Jaime e Nicholas, che vengono ben presto spediti in un college inglese, dove ricevono la loro prima istruzione.

Fin da piccola Blanca si avvicina a Pedro Terzo Garcia, figlio di mezzadri, certamente di ceto sociale “inferiore” rispetto a lei; col tempo i due crescono, s’innamorano e danno vita ad una delle più passionali storie d’amore del romanzo. È proprio il giovane, ispirato dalle idee marxiste e influenzato da altre figure, come quella del parroco José Dulce Maria, colui il quale pronuncerà una frase chiave, dicendo che Gesù Cristo è sempre stato a sinistra (dalla parte dei poveri e degli oppressi), ma la Chiesa è, invece, più a destra, a contrastare in maniera più convinta la tirannia di Trueba, cominciando con lo scrivere canti di rivolta.

Nel frattempo Trueba si era avvicinato al mondo della politica, diventando uno dei maggiori esponenti del Partito Conservatore.

La componente politica del romanzo è molto forte, specie nell’ultima parte, in quanto Isabel Allende, intrecciando e tessendo le vite dei suoi personaggi, riesce a dare un quadro completo degli avvenimenti storici che hanno portato al golpe. Gli eventi sono narrati con grande abilità, il romanzo riesce perfettamente a trascinare il lettore in uno scenario di lotte politiche, di scioperi operai e studenteschi, di conflitti familiari, fazioni, censura e dittatura che, per chi come me non ha vissuto ciò sulla sua pelle o comunque non riesce effettivamente a immaginare il tumulto di quegli anni, rappresenta un buon modo per affrontare la storia e cercare, quantomeno in parte, di capirla.

Sebbene non vengano esplicitamente citati, nel romanzo troviamo riferimenti al Poeta (Pablo Neruda, ufficialmente politicamente schierato con i comunisti) e al Presidente, Salvador Allende, il candidato socialista che viene eletto dal popolo poco prima del golpe. Abbiamo Trueba, allora anziano e senatore, preoccupato, che nel suo personaggio incarna i politici del tempo: da una parte sogna di rovesciare il governo della sinistra appena insediatosi, così da favorire la sua fazione, e per arrivare a ciò, architetta un colpo di stato che prevede la presa militare della capitale cilena; d’altra parte, resosi conto che l’esercito si stava imponendo come regime dittatoriale, senza favorire i mandanti della missione (i partiti di destra), Trueba vacilla.

Senza dubbio Esteban è il personaggio più approfondito e analizzato della vicenda: un uomo tormentato, ostinato, cocciuto e determinato, violento, irrequieto ed estremamente passionale.

Quella di Esteban è una psicologia complessa, da indagare e studiare in ogni pagina: sebbene sia delle volte prevedibile, il suo comportamento suscita nel lettore una continua sensazione di dubbio, la voglia di conoscere quelle che sono le ragioni più profonde che portano l’uomo ad assumere gesti e pensieri discutibili.

A tratti il personaggio appare come un elemento violento, irrazionale, istintivo e pericoloso, mentre in altri momenti lo stesso personaggio viene dipinto in tutta la sua debolezza, nell’umiltà della condizione umana.

Attorno a questa figura maschile predominante, abbiamo altrettanti personaggi femminili di uguale influenza: Rosa, la bella, pur essendo uno spettro nella vita di Esteban, uno spirito, è determinante nello sviluppo della narrazione, è il motore, così come Clara, la chiaroveggente, la causa dei dubbi di un uomo che sembra così sicuro e indomabile. Abbiamo poi Blanca, figlia dei due, che si afferma come ribelle, contrasta il volere del padre per inseguire un amore proibito, pericoloso e di futuro ignoto, e più di lei poi Alba, nata dal coraggio di sua madre nell’amare un uomo contro il flusso degli eventi e le dinamiche sociali; Alba che non solo, come sua madre, sceglie di legarsi ad un ragazzo di condizione sociale e ideologica del tutto opposta a quella della sua famiglia (Miguel, comunista rivoluzionario, uno dei più accesi e ostinati), ma che prende parte a scioperi e manifestazioni volte a contrastare le azioni di suo nonno e la nascente dittatura.

Una figura considerata “minore” è quella di Férula, sorella di Esteban, che viene considerata come uno spirito ancor prima di morire: una donna povera, caritatevole, timorata di Dio, che rappresenta in alcuni momenti quasi una parte della coscienza di suo fratello, una voce inizialmente remota ma dagli eventi resa sempre più vicina.

Gli spiriti in questo romanzo non sono solo quelli invocati da Clara nelle sue sedute, bensì possono essere considerati tali sia gli eventi che i personaggi che ruotano attorno ad Esteban: alcuni parti della narrazione sono affidate proprio alla prospettiva di Esteban, alla vita interiore del personaggio che va a scontrarsi con una realtà in continuo cambiamento, a passaggi storici e ideologici complessi che caratterizzano la sua vita. Sua moglie Clara, la sua amata Rosa e sua sorella Férula sono spiriti, che compaiono nei suoi sogni, nei suoi pensieri e che in qualche modo cercano di condizionarlo, convivendo però con gli eventi, altri spiriti che portano un’influenza decisamente opposta.

Ho trovato la lettura di questo romanzo davvero stimolante, piena di spunti che sicuramente in un’unica recensione sono difficili da sviluppare pienamente tutti, proprio per questo raccomando un’analisi individuale. È il primo romanzo che leggo di Isabel Allende, pur avendo sentito parlare di lei più volte in passato e certamente quest’opera è “bastata” a farmi innamorare della sua penna: ironia e leggerezza sono le due armi che l’autrice utilizza per affrontare una storia che semplice non è; l’acume critico, poi, viene brillantemente espresso nel raccontare e denunciare un regime dittatoriale che non permetteva di essere critici.

Chiara De Santo

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