CI SONO MOLTI MODI DI ESSERE STRANIERI

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La Straniera è il romanzo di Claudia Durastanti aggiudicatosi il secondo posto nella settantatreesima edizione del Premio Strega, uno dei più importanti concorsi letterari italiani.

L’intero romanzo ruota attorno al concetto di essere e sentirsi stranieri, in una prospettiva ampia che avvolge un grande panorama di situazioni in cui è possibile provare una simile sensazione.

Di solito, chiamiamo straniero qualcuno senza radici, privo di senso di appartenenza ad un luogo, o ancora qualcuno di origine diversa dalla nostra: questi sono i due significati più comuni che rispondono alla voce straniero, limitando lo stesso termine ad un contesto ambientale e logistico, escludendo tutte le sfumature di cui, invece, esso è dotato.

Ebbene, Claudia Durastanti in questo romanzo si trasforma in una pittrice impressionista, presentandoci una tavolozza ricca di variazioni cromatiche che vanno ad impregnare nel modo più originale e vivido la tela della vita.

Per reggere la similitudine, potremmo dire che l’autrice crea i suoi pigmenti colorati attingendo dalla natura che la circonda, la sua personale storia, e nella cornice del memoir ripercorre la sua vita.

Nata in America da due genitori sordi e successivamente giunta a San Martino d’Agri, un piccolo comune della Basilicata, Claudia Durastanti, di primo acchito, sembra associarsi ai commenti della gente del paesino, da cui viene indicata come l’americana o la figlia della muta: giovanissima, si trova a dover imparare una lingua diversa, o meglio, due, italiano e dialetto lucano, nonché a fronteggiare una realtà ben lungi distante dall’ambiente moderno americano; in altre parole, le si presenta una vita a lei estranea.

Ma ecco che proprio da questa esperienza matura la riflessione che regge l’intero romanzo: lo straniero è colui che non possiede radici nell’immaginario collettivo, ma se non fosse così?

L’idea di straniero che ci consiglia la Durastanti è quella che vede una persona con tante radici, come risultato di migrazioni, influenze e confluenze, di una ricchezza che contrasta la povertà legata all’essere privi di punti di riferimento. È come se nell’essere cittadini del mondo, nell’ottica cosmopolita, ogni persona abbia la possibilità di scegliere la propria appartenenza e di crescere dall’incontro con il resto del mondo.

“La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato.”

 

Riprendendo la storia dei suoi nonni, dei genitori, delle migrazioni e delle avventure, l’autrice ricama la sua identità, unendo passato e presente, in frammenti che, se letti superficialmente, sembrano non essere legati da un filo logico, ma che, di fatto, costituiscono le tessere di un puzzle, se vogliamo, magari ancora in disordine, sparpagliate, che, se ricomposte, formano un quadro ben preciso.

Nelle parole della Durastanti troviamo anche una nuova prospettiva dettata da un occhio diverso sulla Basilicata: l’autrice rifiuta l’immagine del Meridione distrutto, senza speranza e privo di spunti, sostituendola con quadro piuttosto pittoresco, intriso della magia (intesa come forza spirituale, il coraggio di vivere lontani dalla modernità e dalla “globalizzazione”) che caratterizza questi luoghi, donando uno slancio di vitalità ad una terra da sempre vista prossima alla desertificazione.

Nuovo è anche lo sguardo della Durastanti su un tema sempre presente nella nostra quotidianità: la disabilità.

Singolare è, certamente, l’atteggiamento dei suoi genitori davanti alla tematica, assolutamente ingenuo e incosciente, che ha indubbiamente influito sul suo modo di vedere la disabilità stessa: contrariamente a quanti si rassegnano a concepire l’handicap come disarmante, oltre il quale non c’è più vita, né forza, né possibilità di cambiare, la Durastanti arriva ad affermare, a proposito di sua madre, di esser stata figlia di cento donne diverse, negando la stagnazione cui la disabilità sembra condannare.

Spesso accade che i disabili arrivino a sentirsi estranei alla vita, la madre dell’autrice (uno dei personaggi principali)  è un esempio lampante di come ci si possa sentire stranieri non potendo comunicare nella stessa lingua delle persone a noi care.

Il linguaggio è un dei temi fondamentali, che la scrittrice collega direttamente alla disabilità: nel leggere della madre, veniamo a contatto con la possibilità di perdere la propria lingua, di dover cedere delle espressioni senza potersene più appropriare, perdendo parte di una delle funzioni necessarie all’uomo, e sentirsi estranei, stranieri, all’umanità stessa.

Immancabile è, poi, la presenza della letteratura, un mondo che ingloba l’autrice, come una voragine che la ingoia e che non le lascia via di scampo: da bambina, ci racconta, era solita leggere sui tetti i libri “proibiti” per la sua età, e nella lettura trovava poi la ribellione, una forma di protesta alla scuola forzata, nonché le ali della libertà. Proprio con la lettura l’autrice entra nel mondo delle metafore, delle figure retoriche, appropriandosi di un linguaggio che la renderà straniera rispetto ai suoi genitori, ma non solo.

Non manca il tema del viaggio, delle migrazioni, come già accennato, motore dell’intera storia narrata; un viaggio che arricchisce, che non allontana dalle proprie radici, ma permette di radicare una parte del proprio spirito, della propria esperienza, ovunque, lasciando qualcosa di sé e acquisendo altrettanto.

La Straniera è di lettura universale, non è necessario avere un vissuto, quasi romanzesco, come quello della Durastanti per entrare nel vivo delle riflessioni, per muoversi autonomamente nei ricordi frammentari cercando di ricostruire il quadro principale, proprio per questo ne consiglio

la lettura!

Chiara De Santo

 

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