ANTONIETTA DI DANIELA IPPOLITO

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Daniela Ippolito da piccola, indossa l’ex-voto realizzato dalla madre e dalla nonna

Antonietta profumava di rosa e giglio e, come le rose e i gigli, era delicata e familiare.
Aveva negli occhi l’ impeto di due mari che s’incontrano e scontrano, scagliando Amore nel cielo.
Era nata nel mese della Madonna e delle rose, nel lontano 1924.
Il suo vero nome era Maria Antonia, in onore alla Madre delle madri e al santo dei gigli.
Raccontava sempre di un fratellino mai conosciuto, morto poco più che neonato puro, come il candore dei gigli.
Si chiamava Antonio ed era andato in Paradiso.
Antonietta sentì per sempre la responsabilità del nome che portava e che aveva scelto.
“Antonietta e basta” diceva spesso”come Sant’Antonio da Padova”
Nel paese dove visse era importante stabilire chi era il Sant’Antonio del quale si portava il nome.
Si venerava e si venera tutt’ora anche Sant’Antonio Abate, il protettore del fuoco e delle campane, il santo che benedice la sfrontatezza e l’ebbrezza del Carnevale, il santo che sacrifica il maiale sulla neve di gennaio.
Antonietta nacque due volte: il 25 maggio, come Mike Buongiorno e il 26, data in cui suo padre riuscì ad arrivare in paese per la registrazione.
Nelle sue vene, scorreva sangue salentino.
Lei era la terza di 5 figli vivi.
C’è stata un’epoca in cui in cui i bambini morivano in grembo alle madri o nelle culle improvvisate con qualsiasi cosa.
Le mammelle povere, non sempre potevano nutrire i bambini che avevano il privilegio di venire alla luce.
A volte erano le balie, in un gesto di estremo amore a saziare le boccucce disperate.
Antonietta arrivò in Basilicata quasi in fasce, ma per tutta la vita si sentì forestiera.
Sua madre, si chiamava come lei, Maria Antonia e forse Antonietta decise di chiamarsi così, per onorare il fratellino sfortunato ma anche per allargare le maglie che la stringevano a sua madre.
Maria Antonia intraprese un lungo viaggio da sola con 3 figli in cerca di sopravvivenza e fortuna.
Suo marito Martino era lontano, forse prigioniero di guerra, forse in Russia, forse in Germania, forse in Francia, forse in America, forse la guerra ardeva ancora nella sua mente, anche se era finita.
Antonietta non lo seppe mai.
Si accontentò di sapere che suo padre aveva camminato un giorno intero per registrarla all’anagrafe di Martino.

Quando Maria Antonia arrivò stremata, nel paese lucano in cui visse per sempre e che la ospita ancora oggi nell’estrema dimora, suscitò grande sgomento fra i suoi futuri compaesani.
Arrivò vestita da suora.
Dove si era mai vista una suora con tre figli?
Maria Antonia spiegò che si vestiva così per devozione.
Aveva fatto un voto, pregava affinché Martino tornasse.
Il paese l’ accolse a braccia aperte, ma sempre con una sottile, quasi impercettibile diffidenza.
Il senso di umanità ancestrale, quello che mette la sopravvivenza sopra ogni cosa, imponeva di accogliere tutti.
Lei era lavandaia esperta e i signori del paese avevano bisogno di lavandaie esperte che facessero il sapone e rendessero candide le loro lenzuola di lino e cotone ricamati.
Il lino e il cotone di un tempo, erano difficili da stirare e i ferri alimentati con la brace facevano bene il loro lavoro, solo sotto mani esperte.
Dopo qualche tempo, Martino tornò davvero e Maria Antonia smise senza rimpianti i panni della suora.
Nacquero altri due bambini, un maschio e una femmina.
Martino iniziò a lavorare come ortolano e come pescivendolo.
Faceva lunghi viaggi per portare il pesce in paese, ma era un cibo costoso e strano per l’epoca.
I nuovi compaesani erano poveri come lui e non sempre potevano permettersi le leccornie che arrivavano dalla lontanissima Puglia.
Erano viaggi lunghi e avventurosi i suoi, ebbri di vino, consolazione obbligata per chi faticava più di un mulo.
Spesso quei viaggi fruttavano solo una scorta di cibo per la famiglia.
Pesciolini infarinati e fritti, conservati in aceto, menta e aglio.
Goduriosa pietanza, figlia della necessità che Antonietta preparò fino alla fine dei suoi giorni, rievocando il suo adorato papà con un sorriso triste.
Fu sempre orgogliosa di lui, innamorata follemente.
Martino fu il per primo ad avviare la produzione di angurie in una terra di grano, fu il primo papà che concesse alla figlia di fumare una boccata di sigaro, con la scusa di doverlo accendere.
Tatt. Papà. Quelle parole furono sempre sacre e tenere per Antonietta.
Maria Antonia, portava sua figlia a lavare i panni dei ricchi.
D’inverno, l’acqua era ustionante, sotto il ghiaccio e la neve dei lavatoi pubblici.
Le manine di Antonietta diventavano rosse e gonfie, mentre il lino e il cotone dei panni tornavano candidi.
Sapone di edera e cenere e manine bruciate dalla neve.
Antonietta comprese subito che i ricchi erano sporchi come i poveri, solo che i poveri sapevano come pulirsi da soli, come prepararsi cenere e sapone.
I ricchi erano forse più poveri dei poveri, se avevano bisogno che qualcuno lavasse i loro panni?

Antonietta crebbe e a detta di tutti era la più bella delle tre sorelle: la più alta, con i capelli di seta, biondo cenere, l’ impeto di due mari negli occhi.
Antonietta ebbe un grande amore di cui raccontò poco.
Le fu impedito di sposarlo perchè era la seconda di tre femmine e sarebbe stato un abominio darla in moglie per prima.
Il suo grande amore sposò un’ altra e la vita di Antonietta continuò senza quell’amore, ma continuò.
Poi arrivò la guerra e le donne rimasero da sole.
Lavorarono come e più degli uomini.
Antonietta continuò a lavare i panni dei ricchi, iniziò a coltivare i loro campi insieme alle altre donne del paese.
Un nuovo calvario appesantì il vecchio, ma non caddero mai.
Erano più forti di tutti i calvari del mondo, loro che vestite di bianco avevano imparato a portare in processione il calvario di Cristo.
Antonietta rimase profumata di rose e gigli.
Negli occhi, sempre l’ impeto di due mari e finalmente la guerra terminò.
Gli uomini sopravvissuti tornarono a casa sfiniti e disillusi.
Traditi o uccisi da un’ idea che forse non avevano neanche compreso.
La sorella grande di Antonietta, finalmente si sposò, ma suo marito partì presto per l’Alemagna.
Presto, non prestissimo.
Si prese prima la briga di renderla madre di tre figlie femmine.
Antonietta quasi non pensava al più al matrimonio.
Ricordava solo un tremolio nelle gambe e nel cuore, quello famoso che neanche una guerra riesce a condannare all’oblio.
Antonietta aveva anteposto il bene della famiglia a quel tremolio e ora la famiglia non la voleva più in casa.
Era *vacantìa a 27 anni.
Uno scandalo.
E così venne data in sposa ad Antonio, che era rimasto orfano da bambino ed ora vedovo con un figlio da crescere.
Antonietta divenne moglie, ma soprattutto madre di quell’orfano che amò per sempre e che le fece sperare in un futuro più bello.
Un anno dopo, nacque la sua prima ed unica figlia e la chiamò Maria, come la Madre delle madri e delle rose.
Maria crebbe felice, insieme a suo fratello, rimasero uniti anche da adulti, come se fossero figli dello stesso grembo.
Forse anche di più.
Antonietta imparò a leggere, a scrivere e a far di conto perchè ormai era diventata bracciante agricola e sapeva che, per non farsi gabbare, queste cose erano importanti.
Non rimpianse neanche un momento il suo passato di lavandaia bambina, al quale il padre concedeva una boccata di fumo.
Continuò a fare il sapone di edera solo per capriccio e perchè lo riteneva più efficace di quello acquistato all’emporio del paese.
Maria crebbe in mezzo ai libri e tutti erano orgogliosi di lei.
Fece le scuole magistrali e divenne maestra, con grande soddisfazione e gioia di Antonietta.
Maria s’ innamorò di un forestiero che sposò poco più che ventenne.
Si opposero in molti a quel matrimonio, ma Antonietta acconsentì, scatenando l’ira della sua famiglia.
Maria iniziò a lavorare e Antonietta, finalmente in pensione, iniziò a godersi la vita con tante piccole cose.
Le amiche, il caffè, i pasticci combinati dai nipoti.
Passarono gli anni, veloci come le saette estive.
Antonietta si congedò dal mondo, nel silenzio di un’alba di fine ottobre di qualche anno fa.
Vicino casa sua ci sono ancora le rose e i gigli, delicati e familiari.

Antonietta non rivide mai il Salento, ma per lei, forestiera, fu una cosa senza importanza.
Lei, l’impeto di due mari che si incontrano e si scontrano, scagliando Amore nel cielo, lo ha sempre avuto negli occhi.

* nubile

Daniela Ippolito

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