Morte de nu fra ca uardava di Rocco Brindisi  

 

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Le Edizioni Cofine sempre attente a una circolazione della cultura nella sua accezione includente ci offre in questi giorni di Covid-19 la possibilità di leggere o rileggere gratuitamente alcune delle pubblicazioni della sua produzione. Scelta ottima soprattutto nei titoli dell’offerta nella schiera di autori che ci sono proposti. Tra i quali la nostra lettura è caduta su questo Morte de nu fra ca uardava di Rocco Brindisi che nel conferimento del Primo Premio “Ischitella – Pietro Giannone” nel 2007 ottenne il merito e la dignità di pubblicazione.

Figura singolare quella di Brindisi, classe 1944, poeta e scrittore lucano che nella lingua della sua città (vicina però anche all’area circostante) si conferma in questa breve raccolta nella narrazione di un tempo che è principalmente quello di una sensualità sottesa allo spazio aperto del sogno, di un intimo provvedere- e dunque dirompere, scalzare- di un divenire ancestrale tra voci di donne e di madri, di cari defunti e di luoghi, soprattutto, in cui la vita appare, sempre, ora ferma ora risolta nella dimensione eversiva di una regola propria, che ha nella carne – nella sua pronuncia in cui tutto ritornando tutto è sospeso – la concretezza non immanente visibile ma insieme dolorosa e provocatoria, evocativa e a tratti canzonatoria dello spirito.

Non a caso il poemetto d’apertura, “Piccininne” ha al centro dei suoi dieci testi il canto libero e irraggiungibile per noi di questi bambini, creature che restano tali (“e manche da morte crescene”- “e manco da morti crescono”) perché sempre nella rincorsa di una creazione che non ammette deroghe a principi, ordini, urgenze che non siano nel solo dettame di un personale scoperto inseguire, e dunque divellere, cadere nel fantastico di uno specchio incorniciato a festa tra lustrini di madri e giostre e strade in sentore di morte e angeli irriverenti, di uno smoccolare di eventi non irrisorio ma ben vivo, notte e giorno, nella compassione delle loro confidenze. E per questo eccessivi sovente (quasi rimbaudiani parrebbe a volte) nella corporeità di visioni insonni in cui la stessa morte sembra vezzeggiarli e proteggerli nella sua “vendra d’ore” (“pancia d’oro”). Realtà la loro di una infelicità forse cui il dialetto presta la lingua, come lo stesso Brindisi avverte nella nota introduttiva nell’impasto ancora di angeli ammutoliti dalla loro bellezza, entro parole che come il sonno sembrano toccarli nella carne, nel costato (come quel Cristo “steve sova na tàula”- “steso sopra una tavola”- portato al sole) per vedere se sono vivi o nel loro sogno di fantasmi.

Il tutto però a suggerire, a imporsi come sola autentica realtà nella sua possibilità di presenza aperta e dunque libera nella matericità di un desiderio che viene dal ventre di una storia (e di una madre se è vero che proprio il dialetto per lui significa pensare “ai silenzi, alla voce, al corpo, all’infanzia” della propria) che abbraccia e comprende tutte le storie e dunque tutti i desideri e tutte lingue abilmente riportate da Brindisi soprattutto nel poemetto a seguire, centrale in questa narrazione e da cui il volume prende titolo, “Morte de nu fra ca uardava” (“Morte di un amico che guardava” ). Qui il rivelarsi dell’amico scomparso fra visione e sogno, ed il cui scioglimento in fondo non ha importanza, va a incidersi nella coscienza come racconto di un ascendere dalle più non intrappolate meraviglie ed affetti ma anzi da queste in qualche modo verificato e blandito, semantizzato allora nella caratterizzazione di una nostalgia ora appagata tra un ritorno di inviti dai vetri e un affacciarsi di fiume, tra risate di donna sotto un mostrare di luna e un respirare di sigaretta sorridendo dei piccoli particolari d’incontro.

Del bambino per esempio che in cambio di una fumata è pronto a recitargli “una poesia a campanello” (“na poesie a campanelle!”) o della ragazza, per dirne alcuni, nel suo profumo di scorza d’arancia. Figure queste come abbiamo visto esemplari di una poetica accesa nella modalità antica dei suoi auto-inganni, di un favola d’uomini ma soprattutto di femmine, di fanciulli nella suggestione di un racconto che una volta toccato o carezzato nell’unione florida della sua promessa ha in sé la condanna ad un continuo innamoramento o di contro di un non poterlo essere mai.

Ed allora la poesia di Brindisi ha il sapore di una malinconia aperta al respiro, versi i suoi come le stanze in cui l’amico è portato per mano verso un cielo che deve crescere, nella malia di una parola che ha nel suo rimandarsi entro un dolore buono una felicità buona l’attualità operante della sua anima amante. Non si tengono a mente le cose per ricordarle ci dice in uno dei passaggi più felici ma per guardarle e nel guardarle viverle e viversi ancora come quei quaderni di bambini “bianchi come la luna” (“nette cume la luna”), che quando hanno desiderio li sfogliano e li riempiono, li rinnovano solo con gli occhi.

Così se i figli morti o malati, gli amori perduti di cui si nutre questa scrittura, femmina sempre nella densità materna della sua lingua “fatta di ectoplasmi” come ricorda lo stesso Brindisi, non sono che il segno “nella sua fragilità, nella sua natura trasgressiva e dolente giocosa e sognante” della sostanza e del mistero “della memoria e della poesia”, il canto che ne fuoriesce va imporsi come una lode, e un abbandono, verso un qualcosa che sembra nascondersi o sfuggirci ma in realtà vivissimo tra le pieghe febbrili di una stessa semina e di una stessa memoria. Poesia dunque come di madre che passando un dito sulle gengive faceva sparire il dolore del molare (“Da sotte li cuverte”), rimessione dalla bocca del nostro sforzo d’esserci.

Rocco Brindisi, Morte de nu fra ca uardava, Cofine, Roma, 2007

Gian Piero Stefanoni

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