ZAP: TRAGEDIA IN PAUSA – CHIARA DE SANTO

  1. egon schiele

Lunedì 9 marzo 2020: inizio del lockdown. L’Italia è blindata.

I titoli delle principali testate giornalistiche scorrono veloci, si alternano ai soliti gattini, alle foto di viaggi e ai ricordi del Carnevale su Facebook. Un ronzio di sottofondo si muove dallo schermo del televisore: annunci, dichiarazioni, ipotesi, preoccupazioni. Marco è nel salotto del suo piccolo appartamento, solo, perché i suoi coinquilini avevano deciso di “scappare” al Sud, di rifugiarsi in famiglia, il weekend precedente. E così Marco è solo, in una grande città: non è Milano, non è Bergamo, non si trova nella ex-zona rossa, ma che differenza fa ora? Da quanto riferiscono i media, l’Italia intera è zona rossa. Un po’ più a Sud, un po’ più a Nord, il pericolo esiste, la paura spopola, ovunque. Chiudono le scuole, le università, i negozi che non commerciano beni di prima necessità, i bar, i pub, gli uffici, le palestre; così Marco si trova a dover studiare da casa, a passare più tempo al PC, a sostituire i corridoi affollati, le aule, le colazioni al bar, la mensa, con uno schermo e una tavola vuota, drasticamente. Senza lavoro, senza il suo part-time al bar in piazza che gli consentiva di coprire parte delle spese e mettere qualcosa da parte. Senza la possibilità di allenarsi, di essere seguito da un personal trainer che potesse fare a botte con la sua pigrizia cronica e le mille scuse per sottrarsi all’allenamento che assorbono buona parte della sua attività creativa. Marco è seduto ora sul divano, sorseggia il primo caffè della mattinata, probabilmente l’unico della giornata, mentre inizia ad escogitare nuovi piani per reinventarsi la quotidianità. Aria grigia, il cielo è nuvoloso; “per fortuna non devo correre alla fermata dell’autobus”, pensa. Per un tipo come lui, pigro e lento, la prima riforma da attuare è posticipare la sveglia: non è necessario che suoni due ore prima della lezione, per raggiungere la postazione della scrivania occorre molto meno tempo! L’ansia, i ritardi, le corse, gli acquazzoni, le fermate piene: tutto questo improvvisamente si dissolve davanti alla possibilità di sonnecchiare qualche decina di minuti in più. Bello questo lockdown, eh! Che sia il caso di informarsi di più? Marco decide di alzare il volume del televisore. E’ in onda un programma d’attualità che dà voce ad una serie di opinionisti più o meno qualificati, che solitamente segue sempre il telegiornale nazionale. La presentatrice dà l’okay alla regia: parte un servizio che mostra stazioni affollate, supermercati svaligiati, urla, sirene. L’inviato riporta il panico delle prime ore di lockdown: treni presi d’assalto per fuggire, quasi come se i fuggitivi avessero la matematica certezza che, scesi dal treno, alcun virus, o pericolo generico, possa colpirli;  il treno, il viaggio, poeticamente diventa quasi una metafora di purificazione, di salvezza. Supermercati razziati, tutti a caccia di provviste, quasi iniziasse per la prima volta un tragico letargo umano e fossimo impreparati ad affrontare ciò che, in fondo, è naturale. Da amante della letteratura, fiero studente di Lettere, Marco non può che ripercorrere il suo viaggio culturale, e spontaneamente, con un raziocinio quasi cinico, davanti a quelle immagini, pensa che forse i suoi concittadini abbiano scelto il momento meno opportuno per rivivere il viaggio di Dante, illudendosi di mettersi in salvo, seguendo invece la strada a ritroso, correndo a braccia aperte verso l’inferno dei mesi successivi; poi il Manzoni, l’assalto ai forni, la crisi, la paura, la violenza, vivido a distanza di secoli. Alcuni opinionisti ritengono non sia necessario allarmarsi, è solo un’influenza comune, a morire sono solo gli anziani e coloro aventi patologie pregresse, gli altri possono stare tutti tranquilli, continuare a fare la propria solita vita, sprezzanti del pericolo e delle misure restrittive. Altri sostengono che basti tenersi lontano dai cinesi, sono loro i responsabili di questo caos – gli untori, portatori del flagello – sono loro che mangiano qualsiasi tipo di animale, che pensano solo al guadagno senza rispettare le opportune norme igieniche; dicono che basta essere cinesi per essere infetti, poco conta la scienza moderna davanti a un pregiudizio secolare. I più illuminati nei salotti dell’era digitale ridono del panico, della paura, facendo la linguaccia ai creduloni che hanno abboccato ad un così grande complotto mondiale! La Cina ci vuole in ginocchio, la Russia, Putin, i comunisti, Bill Gates – vogliono distruggere la nostra economia, la nostra potenza, e farci schiavi!

La confusione è lo stato d’animo che prevale. Cori a destra, bisbigli a sinistra, un rumore assordante da cui non riesce ad emergere nemmeno una voce scandita. Zap – Marco cambia canale. Un nuovo telegiornale diffonde dati da tutto il mondo: la Cina si conferma il Paese con il maggior numero di contagiati, per non parlare dei decessi, un fattore che cresce in maniera esponenziale man mano che le ore passano. Viene spontaneo chiedersi dove metteranno tutte quelle salme, hanno cimiteri abbastanza grandi? Le menti del programma che stava seguendo prima avrebbero avanzato sicuramente brillanti ipotesi a riguardo. Marco è quasi curioso di sapere, ha voglia di lanciare un sondaggio e scoprire quale opzione otterrebbe più voti tra una cremazione forzata di tutti i cadaveri o l’ibernazione, la quale al momento, nella sua immaginazione, sembra essere la meno sensata, ma chissà. Anche in Italia i contagi crescono, i nuovi focolai appaiono ovunque, si espandono a macchia d’olio, per ora prevalentemente al Nord. In Europa l’Italia scala ogni classifica, affermandosi come il Paese più colpito dall’emergenza sanitaria. Brutte notizie, prospettive spaventose. Marco si riconosce protagonista di una puntata della sua serie tv preferita, Black Mirror, che percorre situazioni future ispirate alle problematiche attuali legate alle nuove tecnologie, proponendo una visione anti-utopica, terrificante. Zap – Marco cambia ancora canale, volando su Sky Atlantic, emittente interamente dedicato alle serie televisive. Come per magia, Marco si ritrova nell’universo del Trono di Spade, nell’immaginaria Westeros, il continente occidentale, in un tempo vagamente medievale, privo di coordinate storiche precise. Via, a percorrere le immense praterie dei Sette Regni, tra eserciti, banditi, dame di corte, scandali, draghi, metalupi e cantastorie. Immergendosi, la pandemia sembra sparire dalla mente di Marco – potrebbe essere un qualunque pomeriggio piovoso, dopo un esame impegnativo, in cui potersi concedere un momento tranquillo sul divano e seguire una narrazione diversa dal presente, fiabesca e affascinante.  Che privilegio potersene dimenticare, permettersi di staccare dalla realtà e viaggiare sul divano, mentre tutt’attorno le stazioni vengono prese d’assalto, bloccate, le frontiere sigillate. Che privilegio, pensava in cuor suo Marco, poter mettere la tragedia in pausa, dissociarsi e associarsi a se stessi altrove.

I giorni passano e la situazione non fa che aggravarsi: i numeri salgono in maniera impressionante, c’è tanta incertezza e i governi faticano a gestire quella che l’OMS ha definito una vera e propria pandemia. Le scuole, le università corrono in cerca di soluzioni-tampone per non interrompere del tutto i percorsi didattici: piattaforme nuove, studenti e docenti spesso impreparati o privi di mezzi, mostrano sin dal principio insofferenza verso le criticità di questa mossa. Marco ha un PC e una buona connessione internet, ciò lo rende un privilegiato della situazione: ha la possibilità di seguire ogni lezione, intervenire, non dovendosi preoccupare di coincidenze di orari con fratelli/sorelle/genitori in smart working, ma molti suoi coetanei stanno vivendo tutt’altro disagio. I suoi coinquilini, ad esempio, scesi al Sud, si sono trovati a dover spalleggiare tutti i membri delle rispettive famiglie, i quali non avevano mezzi a sufficienza, né grande dimestichezza con le nuove tecnologie. A casa di Riccardo, un ragazzo pugliese, convivono cinque persone, il cane e soli due PC, di cui uno è stato regalato a Riccardo dai suoi genitori come premio per la maturità, ed  ha accompagnato la giovane matricola sin dai suoi primi passi nella giungla universitaria. Riccardo ha due sorelle più piccole, rispettivamente di 12 e 16 anni, entrambe obbligate a seguire le lezioni della didattica a distanza, spesso costrette ad usare il telefono personale per ciò a causa delle coincidenze di orari. Per i genitori di Riccardo non esiste la possibilità dello smart working – il lavoro da casa: Maria, sua madre, gestisce, insieme ad una sua amica, un centro estetico, di cui è stata costretta a tirare giù le serrande, così come tutte le attività di cura della persona; Gianni, suo padre, è un infermiere e come tale ogni giorno deve recarsi in ospedale a lavorare, esponendosi quotidianamente al pericolo, più di tutti in casa. Non si trova ad operare in un centro Covid-19, ma ciò non lo preserva dal rischio. Mascherina per otto ore di fila, attenzione continua, ritorna esausto a casa.

Chissà quanto il suo amico Riccardo sia preoccupato, pensa Marco. Che fortuna sapere i propri cari a casa, in smart working, e non in corsia, a rischiare di ammalarsi, o peggio, morire. Marco riflette – questo è un altro privilegio di cui gode, a differenza del suo amico Riccardo e chissà quanti suoi coetanei in Italia, nel mondo. Sofia, la sua coinquilina, ha raggiunto solo parte della sua famiglia in Campania, l’altra metà è rimasta bloccata in Lombardia, per quello che doveva essere un sereno weekend a Milano, presso una zia,  che poi si è trasformato in una tragedia. Sofia ora è vicina ai suoi nonni, agli zii, ma i suoi genitori e suo fratello sono miglia e miglia distanti da lei. Marco chiama Riccardo e Sofia quotidianamente, si tengono compagnia come se ancora vivessero insieme: si confidano, e Marco, quello apparentemente messo meglio, fa da spugna nella conversazione, assorbendo le preoccupazioni, le ansie, i momenti di panico dei suoi amici. Il compito del ragazzo viene svolto quotidianamente per due ore circa, una prima di pranzo e una dopo cena la sera – l’amico in smart working, sempre reperibile. Una volta riagganciato, mentre Sofia e Riccardo tornano ai propri drammi, Marco ha la libertà di mettere la tragedia in pausa, di accendere Netflix e seguire la sua serie tv preferita, di leggere tutti i romanzi che per mesi sono stati costretti a riempirsi di polvere sugli scaffali, di giocare alla Play Station. La sua famiglia sta bene, di questo è certo. In videochiamata sua madre sorride sempre, sembra serena e super eccitata di poter ora dedicarsi alla sua grande passione, la musica, la chitarra, senza sentirsi in colpa o in ritardo; le rughe sul suo volto, segno del correre degli anni irreparabile, appaiono distese, rilassate nei pixel del cellulare, estranee alle preoccupazioni, alle organizzazioni pazze e disperate che invece popolavano le sue giornate prima del lockdown. Che abbia trovato un po’ di pace in questa tragedia, Marco non saprebbe dirlo. Sua madre non gli era mai sembrata sotto stress, mai stanca, piuttosto come una macchina sempre carica, un tornado di energia inesauribile, che nonostante la sua disattenzione, effettivamente, si consumava ogni giorno di più. Suo padre ora viveva come se fosse sempre domenica; certo, gli mancava lo stadio, la possibilità di commentare la partita con i suoi compagni fidati, arbitri mancati, tecnici esperti dell’arte del pallone, che ogni domenica si riunivano nello stadio comunale, non distanti dalla tifoseria accesa, per portare il loro punto di vista, la loro cronaca calcistica farcita di citazioni ai grandi calciatori del secolo scorso, paragoni e tattiche consacrate che potevano facilmente essere adottate dai giovanissimi. Il campionato non si svolgeva, e ciò rappresentava, chiaramente, ai suoi occhi, una tragedia. Tuttavia aveva dimostrato una spiccata capacità di resistenza e di adattamento alla nuova situazione, aiutato, indubbiamente dalla sensibilità della rete televisiva, che ora offriva agli appassionati come lui il pane quotidiano: vecchie partite venivano mandate in onda ad ogni orario del giorno e diventavano così un abbecedario per chi, come lui, nel campo verdissimo disegnava angoli, traiettorie, calcolava spazi, forza, probabilità, possibili rigori e falli, sempre pronto ad accusare ogni arbitro dalla propria poltrona – un pulpito domestico, popolare – al di qua dello schermo. Non che i due fossero in vacanza, dato che entrambi, impiegati d’ufficio, portavano a termine le loro mansioni nello spazio domestico. I mezzi non mancavano e le piattaforme erano abbastanza intuitive, così nessuno dei due ebbe eccessivi dubbi su come gestire il proprio lavoro.

Sapere i propri cari a casa, costretti a mettere il naso fuori dalla finestra e rischiare solo per recarsi al supermercato, per spendere una mattinata diversa in una coda immensa e senza fine, rincuora Marco.

18 marzo 2020 – sui giornali e sulle reti televisive circolano immagini e video di camion militari che trasportano fuori dalla città di Bergamo le salme delle centinaia di deceduti a causa del coronavirus, troppo numerosi per essere ospitati nel cimitero locale.

Immagini agghiaccianti si susseguono. Mezzi stracolmi di salme, di bare, di morte e dolore, sfilano per la città di Bergamo, abbandonando i superstiti della carneficina a fare i conti con un nemico che appare tutt’ora difficile da sconfiggere. Testimonianze di familiari e amici vengono ascoltate dall’intera nazione tramite i programmi televisivi. Il dolore è struggente, la carica emotiva viaggia attraverso le scene e le parole, non lasciando nessuno al riparo. La tragedia ha investito intere popolazioni, famiglie, comunità. Contrariamente a come si pensava nei primi momenti, i giovani sani non sono immuni all’epidemia: arrivano da tutta Europa e dal resto del mondo notizie di ragazzini, bambini, che, avendo contratto il virus, non vengono risparmiati dal triste epilogo. Famiglie distrutte, che cercano di ricomporsi formulando accettazione – “era anziano, sarebbe morto comunque” – “era malata di cancro, paradossalmente ora non soffre più”. Ripetono “la morte fa parte della vita”, come una litania. Spiegazioni che rispondono ad un istinto di sopravvivenza di chi resta, che offrono appigli per impedire che il dolore, il senso di perdita, di disorientamento, non assorba irrimediabilmente quel poco di lucidità che, in isolamento, in piena pandemia, cerca di non annegare disperatamente.

Giovanni aveva 23 anni, studiava ingegneria, stava per laurearsi, quando ha contratto il Covid-19. Nonostante una strenua resistenza in terapia intensiva, è deceduto, senza poter avere accanto a sé, nell’ultimo istante della sua vita, il calore della sua famiglia, i suoi amici, la sua ragazza Ilaria, che ora piangono solitari la perdita, senza poter celebrare un degno funerale e salutarlo un’ultima volta.

Giovanni poteva essere un amico di Marco, o un ragazzo incontrato per caso per strada tra la folla, magari alla fermata dell’autobus; e ora non è più. Giovanni poteva essere Marco e in quel caso non sarebbe bastato un click per mettere la tragedia in pausa – alla luce di macchinari intermittenti avrebbe recitato l’ultimo suo atto, magari un monologo incompleto.

Ultima settimana di marzo – scende la neve su un’Italia che affanna e chiede pietà.

Il lockdown sembrava, inizialmente, una cosa da poco, un paio di settimane; iniziano le speculazioni per un’ulteriore estensione, un mese, qualche settimana, si attendono indicazioni più precise dal governo. Una cosa è certa: la tragedia continua a consumarsi, ogni ora, ogni minuto, nelle sale degli ospedali, nelle case anonime, ormai in ogni parte del mondo. La pandemia sta piegando poco a poco tutti i Paesi che all’inizio sembravano immuni al contagio. Germania, Francia, Spagna, fino agli Stati Uniti, Brasile: ovunque dilaga la paura, la povertà, l’incertezza, la morte. Fuori nevica. I fiocchi scendono danzando, simulando musiche silenziose, da interpretare. Piano piano, poi più forte, poi a raffica, per poi affievolirsi e riprendere. Il ritmo sale e scende in maniera quasi perfettamente regolare. Sembra una coreografia studiata, uno spettacolo di beneficenza, quasi la natura volesse mostrare solidarietà, rincuorare l’uomo che soffre, la vita che affanna. Se Riccardo e Sofia fossero a casa con Marco, a quest’ora sarebbero già corsi per strada a fare a palle di neve, come bambini. Se Marco fosse dai suoi genitori, come da tradizione, suo padre avrebbe già proposto di preparare la cioccolata calda e di guardare tutti insieme un cine-panettone, anche fuori dal periodo natalizio. Invece Marco è a casa da solo, circondato dai fedeli compagni della quarantena: i libri, le serie tv, i film, tutti lì, pronti a scattare, crocerossine. Aveva recuperato tutta la saga di Star Wars, Jurassic Park, Ritorno al Futuro, tutti gli Scary Movies e ora aveva deciso di esplorare il cinema dei grandi registi e attori del passato, iniziando con Charlie Chaplin, di cui per ora aveva solo sentito parlare diffusamente. Aveva letto due libri, di cui uno era l’Ulisse di James Joyce, studiato al liceo, e – come previsto – non ci aveva capito niente. Era determinato, ci avrebbe riprovato, prima o poi.

Molte persone stavano vivendo il lockdown in maniera disastrosa. Un cambiamento così drastico non poteva essere indolore, certo, e capitava spesso che, per sfuggire al coronavirus, qualcuno cadesse nella trappola della noia, dell’ansia, della paranoia, della depressione. Marco era fortunato: aveva tanti hobby, tante passioni, che gli consentivano di dissociarsi e associarsi a se stesso altrove, tra mondi, spazi, tempi, storie, personaggi lontanissimi dalle sue quattro mura, eppure inspiegabilmente contenuti in esse. Cieli nella sua stanza, aurore boreali, comete infiammate, costellazioni: sfilavano davanti ai suoi occhi galassie, luci e ombre; in qualche modo percepiva possibilità infinite, vite infinite e varie, e in esse riusciva a vivere, sopravvivendo a quella realtà volgare, cui, almeno tutti, una volta nella vita, ci siamo sentiti condannati. Ma questo avveniva dentro casa sua, nella sua testa, nella sua anima, non senza gli strumenti prediletti – i fedeli compagni; fuori scendeva la neve, imbiancava i prati, le autostrade, i tetti, ma nessuno sembrava ribellarsi, finché, d’un tratto, un blackout. Anche la neve aveva perso il suo colore, mentre spegneva le ultime resistenze dei lampioni, che frattanto avevano già dimenticato come illuminare la vita.

L’universo scintillante di Marco sembra essere stato inghiottito da un buco nero. Le comete infiammate si affievoliscono, fino a perdere del tutto la loro luce. Le stelle si spengono, le galassie cadono vertiginosamente. Tutto è buio. Marco si affaccia alla finestra, nella speranza vana di vedere luci in lontananza, ma questa notte neanche la Luna sembra esserci, nascosta da branchi di nuvole. Oscurità. Uno zap – zap frenetico ed esasperato porta Marco alla rassegnazione: il tasto “pausa” sembra essersi rotto, la tragedia trionfa. In cuor suo, nei meandri che avrebbe preferito non esplorare mai, Marco sapeva benissimo che questo sarebbe stato inevitabile, nonostante gli sforzi, nonostante gli appigli. La tragedia gli appartiene, e in qualche modo anche lui appartiene ad essa, intrinsecamente. E’ parte della pandemia, del disastro climatico e ambientale, del mondo moderno che lo circonda.

Una verità innegabile, davanti cui ha sempre preferito chiudere gli occhi, ma ora non può farlo più. Deve affrontare la realtà. Se stesso e il mondo.

Chiara De Santo

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