“La Storia”: grandi e piccole prospettive di Chiara De Santo

Elsa Morante

-[…] Io la lotta la faccio per me e per chi me pare! Ma per i Caporioni, NO! Ce lo sai, tu, RIVOLUZIONE che significa? Significa per prima cosa: niente Caporioni! Da pischelletto io lottavo per quello là; e mò l’hai visto, il Magnifico, che non indietreggia mai?! Per fifa, se la squagliava, travestito da tedesco!! Poco manca che si traveste da monaca!! A me, da pischelletto, i vari Caporioni mica me lo dicevano che camicia nera voleva dire camicia sporca! Però, quando lasciai le camicie sporche, quei soliti Caporioni, che su al nord facevano gli ufficiali per bene, a me non mi ci vollero fra i partigiani loro, perché di me non se ne fidavano! E adesso sono io che non me ne fido di loro!!

-Ma il compagno Stalin è un vero Capo! Tu pure ci credevi!

-Ci credevo una volta! Però mica tanto! Ci credevo e se mò vuoi saperlo non ci credo più, nemmeno a lui! Quello è un Caporione uguale agli altri! E i Caporioni, dove passano loro, c’è sempre la stessa puzza! Domandalo a chi c’è stato, là nei regni siberiani! Il popolo sgobba e lui si lecca i baffi.

-Ma prima non parlavi così!

-Prima, prima, prima… sai che te dico, a’ Remo? Che er tempo strigne! A’ Remo, questa è la vita mia, mica è la loro! A me i Caporioni non mi fregano più… a’ Remo, io voioviveee!

[Nino vuole vivere, vuole mangiarsi tutta la vita intera e tutto il mondo, tutto l’universo, coi soli e i pianeti!]

-Ma la Rivoluzione adesso è sicuro che non viene, magari quella arriva ma fra cent’anni. Ma il tempo mio, che ne ho venti, intanto è oggi. Fra cent’anni, quand’io tengo centovent’anni, magari ne riparliamo. La Rivoluzione per adesso non viene perché qua i padroni sono gli Americani che nun la vonno. E Stalin nemmanco lui la vuole, perché lui pure è un imperialista come questi altri. La Russia è imperiale come l’America, però l’Impero russo sta dall’altra parte, e invece da questa parte ci sta l’impero dell’America. La loro lite è tutta una moina. Intanto loro due si fanno l’occhietto e si spartiscono il malloppo; tu di là e io di qua; e poi se tu sgarri, famo a chi tira meio l’atomica, e così dal balcone ci godiamo gli atomi col binocolo. I Caporioni fra di loro se la intendono e sono tutti compari. E a me, me fanno ride! Io sono il re dell’anarchia! Io sono il bandito fuorilegge! Io sbanco le loro banche ahò! E i Caporioni basta! Io l’impero glielo sfondo alla faccia loro!

                                                     Nino Mancuso, uno dei personaggi più vivaci, vitali,
controversi e romantici della Storia,
creatura di Elsa Morante

Cos’è la Storia?

Fin dai primi studi ognuno di noi ha conosciuto la storia come lo studio del susseguirsi cronologico di fatti ed eventi nello spazio. La Storia si racconta, si studia, si approfondisce, usando volta per volta lenti diverse, prendendo punti di vista differenti e singolari, prestando attenzione ai personaggi, agli attori, che si esibiscono nei secoli, ciascuno passando il testimone a quello successivo, affinché esso lo costudisca gelosamente e lo porti integro al suo prossimo, in una staffetta senza fine.

La Storia è organica, è materia viva, è intrinseca a tutti gli uomini, come un codice identificativo, inventato molto tempo prima delle tessere magnetiche e dei vari documenti. Attraverso lo studio di essa si giunge ad ipotizzare teorie e teorie sui diversi sistemi che reggono il mondo e la vita umana; il tempo, le stagioni, l’età dell’uomo, la natura.

La Storia scritta dai vincitori, la Storia che investe i vinti e gli umili, la Storia come forza incontrastabile, la Storia da domare, da scrivere, da scegliere: le narrazioni nei secoli si sono susseguite, alternate, contrastate, intrecciate e questo accade anche nel celebre romanzo “La Storia”, di Elsa Morante, in cui l’autrice ha buttato giù una summa della Storia, in una dimensione corale, inclusiva e drammaticamente realistica.

Il romanzo è ambientato durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale e nell’immediato dopoguerra, più precisamente tra il 1941 e il 1967, tra la città di Roma e le campagne limitrofe. Tra le righe si incontrano personaggi svariati, provenienti dalle situazioni più comuni e reali possibili. Leggendo, si percorrono i passi di Ida Ramundo, uno dei personaggi principali, una maestra di scuola elementare, rimasta vedova con un figlio, Nino (o Ninnuzzu,Ninnarieddu o ufficialmente Antonio), un giovane irrequieto, mosso da pulsioni violente e all’apparenza indomabili, che canalizza, nella prima parte della narrazione, in una disperata adesione al fascismo, in particolare verso la realtà militaresca e bellica delle camicie nere. Nino è esaltato, in alcuni momenti sembra dissociarsi totalmente da ciò che lo circonda, concentrandosi sui suoi sogni violenti, sanguinosi e passionali, in altri è fin troppo immerso nel contesto, che percepisce in maniera multilaterale, traendo alcune lapidarie riflessioni che l’autrice riporta senza applicare filtri o censure. L’apparente distrazione fa sì che per Nino passi inosservata addirittura la seconda gravidanza della madre, Ida, la quale, in una giornata del freddo gennaio 1941, è vittima di stupro, perpetrato da un soldato tedesco, di pattuglia a Roma. Da quest’atto violento, descritto dall’autrice nelle primissime pagine del romanzo, nasce Giuseppe, ribattezzato poi Useppe, altro grande protagonista della narrazione. Da questo preciso punto inizia il racconto, che vede intrecciarsi flashbacks, riflessioni e cronaca di quegli anni: Elsa Morante suddivide la sua opera in macro-capitoli, individuati dall’inizio e la fine di un anno; ogni sezione comprende una breve sintesi dei principali avvenimenti su “grande scala”, come l’andamento della guerra, gli scenari politici e sociali, seguita poi dalla narrazione della vita dei personaggi principali e di coloro che gravitano attorno ad essi, riflessioni e dialoghi.

L’intreccio è molto interessante perché evidenzia un messaggio sostanziale: la Storia non è solo dei grandi, bensì appartiene a tutti. La Storia è intrinseca a tutti i suoi personaggi, che agiscono in essa stessa. La piccola Storia incontra la grande Storia nei passi di Useppe, che girovaga tra le macerie del quartiere di San Lorenzo, distrutto dai bombardamenti su Roma del luglio1943, nelle preoccupazioni di Ida rivolte al figlio Nino, irrequieto e incapace di rispettare il silenzio del blackout, caratteristico degli anni della guerra; Nino che passa dall’essere il perfetto squadrista fascista, sognatore di grandi battaglie condotte dal suo Duce, per affermare la grandezza dell’Italia nel mondo, ad avvicinarsi alla lotta partigiana, in cui si inserisce prima come convinto comunista, poi anarchico. La Storia del ghetto ebraico, delle deportazioni, dei massacri, delle leggi razziali, che scuotono Ida, ebrea non “dichiarata”, nascosta dal cognome preso nel matrimonio, che teme di essere riconosciuta e deportata, così come tutti gli abitanti del ghetto ebraico romano, luogo da lei frequentato e ben conosciuto, di cui si sente parte, pur non avendoci mai, di fatto, vissuto.

Il romanzo è stato ampiamente discusso, sin dalla prima pubblicazione, che risale agli anni Settanta. Che si tratti di semplice cronaca di eventi, è certamente da escludere: lo stile vuole rifarsi alla testata, vuole riportare in parte il racconto di anni drammatici per il nostro Paese, anni conflittuali, di eco mondiale. Tuttavia ciò che caratterizza la narrazione della Morante è un chiaro messaggio politico, un inno all’anarchia. Ho riportato a capo della recensione alcune righe che l’autrice ha messo in bocca a Nino, uno dei personaggi più vividi, vivaci, controversi e romantici del romanzo, che esprime con immediatezza e chiarezza, resa in parte anche dall’uso del romanaccio come “seconda lingua” del romanzo, la posizione anarchica, anti-potere, anti-dittatura, dell’autrice e sicuramente di un’intera generazione. Vi è poi un altro personaggio investito del compito di lanciare massime più pacate ma ugualmente forti e riflessive, Davide Segre, un giovane ebreo costretto a cucirsi su un’identità diversa dalla propria per scampare dai nazifascisti, partigiano, studente, poeta mancato, di sogni anarchici e lungimiranti, ridotto alla dipendenza da stupefacenti, causa della successiva scomparsa. Proprio a questo simbolico personaggio, Elsa Morante affida un’importante riflessione sulla Storia, su come essa non sia altro che una conseguenza dei giochi di Potere. Il Potere determina le due fazioni, oppressi e oppressori, la lotta, le sconfitte. Davanti alla sete di Potere scompaiono gli ideali: la corruzione infetta anche l’idea più pura, eversiva e sincera. Non esiste, in tale contesto, un’autentica rivoluzione, anzi, il termine stesso si riduce al significato che gli si viene attribuito quando viene utilizzato per descrivere i moti dei corpi celesti: la Storia orbita e gravita, secondo il suo moto di rivoluzione, attorno al centro dell’esistenza, al senso, al dominio, il Potere.

Immergiamoci un momento nel contesto, sia del giovane Davide, quanto in quello dell’autrice: entrambi si trovano a vivere gli anni delle grandi dittature, i fascismi, il regime staliniano, la guerra, più violenta, spietata e disperata della precedente. Le bombe atomiche, i campi di concentramento e sterminio, intere città rase al suolo. Il gioco di Potere, le alleanze valide, i patti inaspettati (si pensi all’accordo tra Hitler e Stalin, patto Molotov-Ribbentrop), l’irrazionalità dell’odio: anni disperati e forsennati, in cui il peggio si palesava quotidianamente, in maniera sempre amplificata. Perché? Chi aveva la colpa? I grandi dittatori, i Caporioni?

Dal romanzo, si evince in risposta non il singolo e generico Hitler, Stalin, o Mussolini, ma il gioco in cui essi sono immersi, il sistema che ha visto nascere tali personaggi, e soprattutto le idee terrificanti e pericolose di cui si sono fatti rappresentanti. Il Potere muove i fili della Storia, stabilisce chi vive e chi muore, come, dove, quando e perché. Tutto sembra, di conseguenza, inarrestabile, vorticoso, inevitabilmente tragico: impossibile trovare una via d’uscita in un sistema che si presenta come una scatola sigillata che rimbalza su sestessa, non lasciando scampo a nessuno. E allora l’unica speranza può manifestarsi altrove, non in una seconda partita, ma in un gioco totalmente diverso. È necessario cambiare le regole, stravolgere le abitudini, non insistere a muoversi in un contesto sempre uguale, corrotto fino al midollo, perché così si rischia solo di infettarsi, sprofondando in una voragine di corruzione irrimediabile, affamata e avida di averci, contro cui ogni sforzo è sacrificio vano. La via è l’anarchia, l’assenza di Potere, la libertà. Un’ideale che prevede un cambiamento radicale e incontrovertibile come antidoto ad una realtà marcia alle radici.

Un’idea che, dopo la tragedia consumatasi negli anni della guerra e in quelli precedenti, potrebbe significare una grande conquista, uno sblocco, un riscatto dell’uomo davanti alla sua stessa Storia. L’anarchia, una delle prospettive di una generazione drammaticamente fragile e dispersa, trovatasi a dover rinascere dalle macerie, speranzosa e necessariamente ostinata nell’edificare il sogno di un avvenire migliore, di pace, libertà, uguaglianza, diritti, ma che si è vista ripiombare in un incubo simile al precedente, diverso, ma pur sempre una guerra. Il messaggio della Morante è estremamente vitale, uno slancio quasi viscerale e passionale, nonostante le sorti dei suoi personaggi: il peso dei giochi di potere, della storia, non impedisce loro di lottare, di avere ideali rivoluzionari, di abbracciare la vita, il suo ideale, e perseguirlo, a tutti i costi.

 Chiara De Santo

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