La Metamorfosi: accettare il cambiamento

La vita è un continuo divenire. Essa non è statica, non è congelata in uno stato di perfezione ideale distante interi universi dal reale; non si può pretendere di immobilizzarla, di inscatolarla e imballarla affinché essa rimanga sempre uguale.

Tutto cambia, tutto si trasforma, seguendo un movimento ciclico o lineare, a seconda delle prospettive da cui il tutto si osserva. Niente resta uguale, neanche le montagne, i grandi massi, le vallate, i luoghi che ispirano un senso di eternità relativa, che si comprimono e si allargano in tempi ben più lunghi della vita umana, così che il loro sviluppo sia quasi impercettibile agli occhi di un singolo uomo.

Il movimento è intrinseco all’esistenza: tutta la materia subisce significative mutazioni di forma, sostanza, apparenza, dal bruco che si apre a farfalla, dal seme che sboccia in fiore, dall’uomo che nasce minuscolo nel grembo materno per poi irrobustirsi e infine tornare alla cenere, dalle montagne altissime, ai fiumi, ai mari, ai fondali oceanici e gli strati atmosferici.

Eppure, sebbene esso sia una condizione naturale, inevitabile e compresa nel pacchetto vita, perché in molti casi troviamo difficile accettare il cambiamento?

Su questa domanda Franz Kafka, scrittore e filosofo boemo di lingua tedesca, figura di spicco della letteratura e della filosofia novecentesca, edifica la sua produzione letteraria, e in particolare l’opera considerata suo capolavoro: La Metamorfosi.

La Metamorfosi è un breve racconto pubblicato per la prima volta nel 1915, divenuto poi l’opera più conosciuta di Kafka.

Il protagonista, Gregor Samsa, commesso viaggiatore che con la sua occupazione sostiene economicamente l’intera famiglia, una mattina, svegliatosi per recarsi a lavoro, si ritrova nel corpo di un grosso insetto. Il risveglio è traumatico, Gregor non capisce cosa gli sta succedendo, eppure possiamo notare che la domanda circa il perché della trasformazione non lo tormenta. La prima reazione che scuote il protagonista è la ricerca di un rimedio. Dopo essersi accorto che non si tratta di un sogno, ecco che Gregor pensa di potersi riaddormentare per poco tempo nella speranza di risvegliarsi umano. Per quanto possa sembrare una soluzione poco efficace, non la si può accusare di essere insensata: la situazione è, di per sé, assurda, illogico sarebbe ostinarsi a ricercare un rimedio razionale.

Quasi istintivamente il protagonista inizia a familiarizzare col proprio nuovo corpo: realizza di non potersi girare sul fianco per riaddormentarsi, di avere delle piccole e goffe zampette di cui non è ancora padrone e che tenta, però, di utilizzare come mani per toccare se stesso. Il tentativo è ripugnante ai suoi stessi sensi. Tutto cambia, perfino la percezione della sua abituale stanza, delle pareti, della finestra, del suo letto. Gregor non ha tempo di fermarsi e crucciarsi sul perché dell’accaduto: deve andare a lavorare. La sua famiglia, non vedendolo uscire dalla camera, inizia a preoccuparsi. Il protagonista affannosamente prova a dare spiegazioni, urlando di non sentirsi bene, ma la sua voce esce fioca, priva di forza e timbro, sempre più vicina al verso di un piccolo insetto. La trasformazione è in corso, inevitabile, così come il tempo che scorre e gli impegni quotidiani che richiamano Gregor ai suoi normali affari. Percependo la sua assenza sul posto di lavoro, il procuratore decide di andare a fare visita al protagonista, per accertarsi che sia malato. Qui incontra resistenza: Gregor non riesce a rispondere, è incapace di comunicare correttamente il suo stato di salute e le sue scuse, e viene per giunta frainteso e minacciato di licenziamento. Per evitare questa soluzione radicale, è necessario mostrarsi e sperare di essere compresi: Gregor faticosamente tenta di conciliare tutto il suo corpo, le antenne sensoriali, le zampette e il busto rigido, per spostarsi dal letto alla porta; qui, utilizzando quella che prima era la sua bocca, riesce a girare la chiave nella serratura e spalanca la porta della sua stanza. Il procuratore è inorridito e scappa in preda al panico dall’abitazione. L’intera famiglia è disorientata: quel grosso e ripugnante insetto è Gregor? Come può essere possibile? La madre sviene e il padre, arrabbiato, ricaccia l’insetto nella stanza violentemente e sbarra la porta. Solo la sorella, Grete, sembra conservare rispetto e affetto nei confronti del fratello; è l’unica che non si mostra incontrovertibilmente riluttante davanti alla nuova creatura e decide di aiutarla, così, quando i genitori dormono e nessun altro può vederla, la ragazza sgattaiola verso la prigione del fratello-insetto, portandogli volta per volta cibo e bevande diverse. Gregor, però, non riesce a mangiare come prima: i suoi gusti sono cambiati e fatica a sostentarsi con ciò che gli viene offerto. La sorella, pur vedendo intere portate non consumate, continua a portarne di nuove al povero Gregor. Silenziosamente i due patteggiano le regole del loro nuovo rapporto: Grete provvederà al cibo e alla pulizia della stanza, a patto che Gregor-insetto si nasconda sotto un lenzuolo e non si faccia vedere. La situazione economica della famiglia precipita: la mancanza delle entrate garantite dal lavoro di Gregor mette la famiglia davanti alla necessità di fare a meno della domestica e subaffittare parte della grande abitazione. Le stanze vuote vengono subito riempite da tre gentiluomini, verso cui il padre di famiglia, orgoglioso e irascibile, è costretto a porgere le riverenze, affinché non venga meno la paga. Una sera, Grete decide di soddisfare gli inquilini con la musica – è un’abile suonatrice di violino, e presto, grazie al sostegno economico di Gregor, avrebbe intrapreso gli studi al conservatorio, pur contro il volere del padre.

La dolce melodia del violino commuove Gregor, il quale improvvisamente si anima d’amore e ammirazione nei confronti della sorella, tanto da decidere di uscire allo scoperto, mettendo a rischio il segreto della famigliola, mostrandosi ai tre ospiti, ignari della situazione, per aggrapparsi alla gonna di Grete e ripeterle, silenziosamente, le vecchie e già note promesse.

Purtroppo, il risultato di quest’impulso è opposto a quanto augurato. Gli inquilini, vedendo Gregor-insetto, scappano inorriditi, minacciando il padre del protagonista di non pagare neanche quanto avevano già avuto. Si scatena il caos: la madre sviene e si rianima in tempo per supplicare suo marito di risparmiare la vita di suo figlio. Il padre, iracondo e imbestialito dalla reazione degli inquilini, rivolge tutto il suo disappunto verso il figlio-insetto, inseguendolo e lanciandogli gli oggetti più disparati contro; per ultima una mela marcia colpisce il fragile corpuscolo di Gregor e una scheggia di essa s’incastra in una fessura sul busto, senza che nessuno se ne accorga e possa toglierla. L’insetto viene ricacciato nella stanza. Fuori, la famiglia disperata cerca di convincersi che si tratta solo di uno stupido insetto, non più di loro figlio. Un insetto che inspiegabilmente porta solo problemi. Non c’è altra soluzione: deve essere eliminato. A sentire tali discorsi, Gregor si sente mortificato. Il senso di colpa, la necessità di espiare un’azione di fatti imprecisa e incompiuta in maniera volontaria, lo portano alla drastica scelta di lasciarsi morire. Così il deperimento fisico dovuto sia alla scheggia infilatasi nel busto, sia alla mancanza di nutrimento, fa sì che Gregor perisca, nel silenzio a cui era stato condannato, solo, mentre fuori la sua stessa famiglia complotta contro di lui. La mattina successiva la nuova domestica part-time, meno costosa della precedente, annuncia al resto della famiglia il ritrovamento della carcassa. Nessuno sembra interessarsi più di tanto alla sepoltura, tanto che i resti di Gregor vengono compressi nella spazzatura. Nessuno gioisce apertamente, ma sembra essersi verificata una vera e propria liberazione: la scomparsa di Gregor ha dato nuovo alito alla famigliola, che prontamente decide di cambiare casa, fare un giro in città e programmare il futuro di Grete, ragazza giovanissima, in età di matrimonio.

Svariate sono le letture che possono essere fatte di quest’opera e molteplici sono i temi che Kafka tratta nel racconto: l’assurdo, la mancanza di senso nell’esistenza, l’egoismo, il sentirsi fuori posto, l’emarginazione, la discriminazione, l’indifferenza, sono solo alcuni dei tanti.

Tra le varie sfaccettature, quelle che più ho sentito forti e chiare sono l’esclusione e la discriminazione, note commoventi nelle parole autobiografiche di Franz Kafka.

Gregor, protagonista del racconto, una mattina si ritrova inspiegabilmente nel corpo di un insetto: un cambiamento è avvenuto. Ciò che può stupirci della trasformazione è proprio la sua dinamica: non leggiamo di una scelta, di un programma antecedente o di qualche stramba profezia o sortilegio; la metamorfosi sembra dunque avere un suo sviluppo spontaneo, naturale, eppure il risultato è assurdo!

Kafka avrebbe potuto scegliere un qualsiasi altro animale, ma io credo che in qualche modo l’immagine dell’insetto, piccolo e insignificante, marginale e del tutto estraneo alla grande vita, alla città, agli affari, rafforzi la condizione che il protagonista si trova a vivere nel racconto. 

Gregor, infatti, è costretto ad un cambiamento inevitabile, non scelto, non già conosciuto, e come essere diverso è emarginato, solo, apparentemente senza speranza di riscatto. Sebbene la posizione del protagonista sia dura e difficile, ciò non gli impedisce di tentare un qualche spirito di adattamento: fin da subito s’ingegna a prendere una nuova coscienza del suo corpo, dell’ambiente circostante e pensa ad un modo per far funzionare le cose, nonostante sembri tutto così surreale, distopico e impossibile. La diversità, il cambiamento, la metamorfosi, sono processi spontanei, naturali, per quanto sembrino assurdi e inconcepibili qualora si legga tutto in chiave schematica, seguendo meccaniche immaginarie, spacciandole per regolari e rigidissime. Non è la diversità a generare discriminazione ed emarginazione, bensì la pretesa di alcuni uomini di poter razionalizzare secondo schemi binari, di opposti, tutta la vita, tutto ciò che ci circonda, che di per sé è immenso, ignoto e a tratti inafferrabile. Gregor, divenuto insetto, sfugge alla logica della sua famiglia, del procuratore, e più in generale del mondo plasmato dal capitalismo industriale, dalla borghesia, dalla società novecentesca.

È proprio il rifiuto che riceve da questo mondo a spingere Gregor al rifiuto di sé.

Eppure, riflettendoci, che ha fatto di male?

Ha scelto forse lui di svegliarsi un giorno insetto?

Lui ha semplicemente obbedito ad una dinamica cui non poteva sottrarsi, un cambiamento intrinseco a lui, non successivo, pensato e organizzato. La sua metamorfosi, per quanto nei suoi termini Kafka possa accentuare maggiormente l’assurdità dei fatti, non è poi così diversa dalle altre metamorfosi naturali: essa è spontanea, accidentale, senza ipotesi e teorie a reggerla se non il movimento naturale stesso intrinseco alla materia.

Tutti nella vita assistiamo a grandi cambiamenti, siano essi incentrati sulla nostra persona, o sulle relazioni che viviamo, o ancora sull’ambiente: nella nostra posizione interpretiamo entrambi i ruoli, coloro che cambiano e coloro che assistono al cambiamento. Una parte della nostra azione può essere controllata, l’altra no. Possiamo scegliere di indossare abiti differenti, di cambiare abitudini, di intraprendere strade nuove, di tagliare rapporti e costruirne di nuovi. Non possiamo scegliere chi essere, ma abbiamo la capacità di definire come esserlo. Non abbiamo controllo sui nostri sentimenti, sulle nostre preoccupazioni, sulle ansie e sulle paure, sulle gioie e sui dolori. Questi spesso inducono delle metamorfosi, che non necessariamente ci trasformano nel nostro opposto, ma magari si limitano a far cadere quel muro di facciata che avevamo precedentemente costruito. Ci mettono a nudo, mostrandoci per ciò che siamo. E se questo non possiamo evitarlo, abbiamo però il potere di non giudicare, di non rigettare chi non è come noi (che poi siamo tutti diversi nella nostra eguale condizione di uomini e donne sparsi per il mondo, rifiutare il diverso significherebbe dire “no” alla vita).Possiamo scegliere di non condannare a morte, anche indirettamente, come nel caso di Gregor, tanti esseri umani, per colpe che di fatto non hanno: inventare falsi processi ci rende più assurdi di un uomo che per caso una mattina si risveglia nel corpo di un insetto!

Il finale del racconto, indubbiamente amaro e spiacevole, può risvegliare la coscienza di chi legge; è auspicabile che il messaggio di Kafka, anche se non esplicitato, esca comunque a gran voce dal libro. Lo stesso scrittore è stato un Gregor-insetto nella sua vita e ha vissuto tormentato dai sensi di colpa e dalle ansie; chissà, forse avrebbe potuto avere un’esperienza diversa, magari felice e gioiosa, sana, se solo chi gli stava attorno, partendo dalla famiglia e finendo con la società in cui viveva, si fosse fatto carico della responsabilità cui oggi, a distanza di ormai un secolo, questo grande scrittore, con la sua opera, ci chiama.

Anche essere responsabili e rispettosi verso gli altri è una scelta: abbracciamola.

                                                                                           Chiara De Santo

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