Oltre la siepe, la luce

Il buio oltre la siepe, Harper Lee

 “Gli usignoli non fanno altro che produrre musica piacevole di cui noi godiamo. Non mangiano i frutti nei giardini della gente, non fanno il nido nei lettini di mais, non fanno altro che cantare a squarciagola per noi. Per questo è un peccato uccidere un usignolo.”

Chi ucciderebbe mai un usignolo? Un uccellino piccolo, dal dolce canto, indifeso. Una creatura immacolata, pura, innocente, che meriterebbe il mondo, la libertà di volare, di investire di gioia continenti col suo canto melodioso; tutto fuorché il buio della morte. Chi insegnerebbe mai ai propri figli ad uccidere gli usignoli? Chi mai darebbe loro un fucile, suggerendo di sopprimere delle creature così pure e adorabili?

Eppure i cacciatori non pensano a quanto stanno togliendo alle vittime: la ferocia che priva i corpi del respiro, la vita della possibilità, risponde ad un cieco bisogno viscerale, alla brama di potere, al desiderio spasmodico e dirompente di elevarsi a “giudici dell’esistenza”, al livello di un dio, se non anche superiori, e decidere, dall’alto, chi vive e chi muore.

Senza remore si uccidono gli usignoli, si immolano gli innocenti per il semplice gusto di farlo.

Attraverso la metafora dell’uccisione dell’usignolo la scrittrice statunitense, Harper Lee, autrice del celebre romanzo To Kill a Mockingbird(tradotto: Uccidere un usignolo), meglio conosciuto in Italia come Il Buio Oltre la Siepe, racconta al suo pubblico di come spesso gli uomini uccidono altri uomini innocenti, come tante volte si possano immolare vittime anche senza un pugnale, bensì credendo, più semplicemente, ai pregiudizi legati all’ignoranza, calando davanti a sé una siepe che – proprio come accadde a Leopardi – impedisce di scorgere altro oltre essa; in questo caso, la siepe impedisce alla luce di filtrare attraverso essa, di chiarire le cose, di porle nel loro colore reale, lasciando attorno ad esse il buio, un alone di nebbia che si scioglie nelle tenebre: al di qua della siepe, nulla è distinguibile e gli uomini, in mancanza di riferimenti, inventano figure, pregiudizi che finiscono per acquistare corporeità e farsi reali. L’autrice, che guarda agli eventi da una prospettiva razionale, si pone nella luce e colloca oltre la siepe l’Alabama degli anni Trenta, nel periodo della Grande Depressione, e attraverso gli arbusti spia, nel dettaglio, la Contea di Maycomb, concentrandosi sulla famiglia Finch, composta da tre membri, Jean Louise (detta Scout) e Jeremy (detto Jem), sorella e fratello, e Atticus, padre dei due, rispettabile avvocato della contea.

L’attenzione dell’autrice posta sui tre fa sì che un po’ della luce che entra dallo spiraglio da lei aperto nella siepe, investa i suoi protetti del potere di filtrare in maniera critica gli eventi, pur mantenendo una prospettiva “bassa”, conforme ai personaggi stessi inseriti nel contesto in cui vivono.  Oltre la siepe del giardino di casa Finch si estende il buio, l’ignoto: ad alimentare la fantasia dei due ragazzini è un misterioso personaggio, chiamato da loro “Boo”Radley, il quale, pare, passi la maggior parte del suo tempo nella sua abitazione, senza farsi mai vedere; si racconta nel vicinato che l’uomo esca soltanto di notte, quando è buio e nessuno circola, e che aleggi, quasi come uno spirito, nel quartiere, guardando da fuori le finestre tutti gli abitanti, come se volesse studiarli e tormentarli. BooRadley è una leggenda metropolitana: tutti lo temono e per questo lo allontanano, nutrendo il mito dell’uomo psicopatico, strano, maniaco, affinché nessuno gli si avvicini. Scout e Jeremy assorbono gli echi dei racconti dell’orrore che hanno come protagonista Boo, ma la loro innocenza, non ancora corrotta dal pregiudizio, li spinge a cercare un contatto con questa figura misteriosa: cercano in tutti i modi di inviargli segnali, lettere, cioccolatini, e lui sembra quasi ricambiare, senza però cedere mai ad un contatto diretto. Quest’amicizia segreta, le congetture su quest’entità avvolta dalla nebbia che popola la casa oltre la siepe, la critica al sistema educativo adottato nelle scuole, che impone rigidità e punisce la curiosità e la libera iniziativa degli studenti, al classismo che intacca la cellula sociale scolastica, per poi diramarsi negli ambienti circostanti, occupano la prima parte del romanzo.

La seconda parte del romanzo si apre con l’arrivo di zia Alexandria, sorella di Atticus, a casaFinch: l’intento della donna è convertire Jean Louise e insegnarle ad essere più “femminile”, nella speranza che la ragazzina rinunci a scorrazzare per i campi, rincorrendo Jem, ormai diventato un giovane uomo, preferendo, invece, stare a casa, composta, ben vestita, dedita ad “opere femminili”. Jean Louise, però, sembra molto più interessata a seguire la vicenda giuridica di cui si sta occupando suo padre, Atticus. L’uomo retto, il giusto avvocato della Contea di Maycomb, è ora spesso apostrofato come “negrofilo”, termine che la popolazione locale declina in tono dispregiativo,perché è stato nominato avvocato difensore di un uomo nero, condotto a processo sotto l’accusa del signor Ewell, il quale lo ha indicato come colpevole delle molestie subite da sua figlia, Mayella. L’imputato, Tom Robinson, però, dichiara di essere innocente, e come tale viene riconosciuto dalla giuria, grazie soprattutto alla linea di difesa promossa dall’avvocato Finch.

Atticus si fa promotore dell’idea che ancora oggi troviamo espressa sulle pareti di ogni tribunale, quasi fosse contemporaneamente un monito e un promemoria: la legge è uguale per tutti; di fronte ad essa, tutti gli uomini, a prescindere dal colore della loro pelle, dalla loro provenienza, dall’orientamento politico, sessuale e religioso, devono essere trattati ugualmente e avere tutti un giusto processo. Tom Robinson si dichiara innocente, ma prima della difesa di Atticus, la giuria non è disposta a riconoscerlo come tale; dopo tutto, lui è un uomo di colore, è la feccia per una società razzista, colpevole dalla nascita di crimini mai commessi, le sue mani sono sporche del sangue che la gente gli ha messo addosso. Di fronte alle accuse di stupro che la stessa vittima porta avanti contro Tom per proteggere il vero autore delle violenze, suo padre, il signor Ewell, “feccia dei bianchi” ma oro in confronto ad un nero per l’Alabama razzista degli anni ’30, una società con tale forma mentis mai avrebbe potuto, da sola, concepire la realtà dei fatti. Mai una donna bianca avrebbe potuto desiderare un uomo nero di sua spontanea volontà; mai suo padre avrebbe potuto violentarla, dopo tutto un bianco onesto come lui non avrebbe mai potuto sporcarsi di un crimine così immorale, nonostante non sia il più rispettabile della contea, anzi. Per una società razzista, cento parole di un nero non valgono quanto una di un bianco; era così nell’Alabama degli anni ’30, lo è stato in passato in tante altre parti del mondo, lo è ancora oggi, anche in posti “immacolati” dell’Occidente come il nostro Paese. Pochi mesi fa il mondo si mobilitava seguendo la rete di proteste di “Black LivesMatter” per promuovere l’esigenza di una società nuova, che sappia rinascere più forte, più solidale e più giusta, ispirata dalla pace e dall’uguaglianza, dalla grande crisi economica, sociale e sanitaria provocata dalla pandemia. Sembrava di sentire ancora l’eco del celebre discorso “I have a Dream” attraverso i telegiornali e i social-networks: infonde speranza sapere che si abbia ancora un sogno oggi, in uno scenario di incertezza e pericolo come quello che da febbraio scorso conosciamo come quotidiano, ma allo stesso tempo rendersi conto di combattere la stessa battaglia da così tanto tempo e vedersi buttare giù quanto a poco a poco si è costruito negli anni, aggiunge un sapore di assurdo.

La legge, però, è uguale per tutti: Tom Robinson, grazie soprattutto all’illuminante discorso del suo avvocato, persuasivo al punto di convertire una giuria bigotta, viene scarcerato, evitando la condanna a morte che, altrimenti, sarebbe stata la prima risposta.

Spesso, però, gli uomini vogliono superare dio, figuriamoci se possono accettare di sottostare ad una creatura così umana e terrena come la legge?

A dispetto di quanto decretato in tribunale, l’usignolo viene ucciso, immolato dall’uomo che non sapeva concepire la libertà altrui all’infuori di sé. La vicenda cruda e drammatica raccontata dalromanzo, incentrato sull’educazione, la cultura, il pregiudizio, il razzismo, non è solo una storia degli anni ’30; il lettore attento si sente chiamato in causa, quasi l’autrice gli parlasse di un fatto di cronaca avvenuto nel Paese al confine.

Il Buio Oltre la Siepe parla anche di noi: siamo tutti abitanti di Maycomb, abitiamo nel buio della siepe, la luce non ci tocca da un po’. Dalla nostra prospettiva, oltre la siepe si estende la luce, un vasto mondo di colori, di pace, che potremmo conoscere se solo decidessimo di superare la siepe e immergerci nell’infinito, per usare un’espressione più nostrana. L’invito dell’autrice è proprio questo: pur partendo dal buio, dalla tenebrosa oscurità che ci rende facili prede dei pregiudizi e dei luoghi comuni, inclini all’odio e alla violenza, dobbiamo mirare ad andare oltre la siepe, dove troveremo la luce.

Chiara De Santo

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