Quattro poesie degli affetti familiari di Anna Maria Curci

Calanchi lucani, Aliano

Giungo da un sogno altrui

A mio padre e a mia madre

Inseguo ancora, sai,
vostri sguardi e pensieri
e Madame Butterfly
che cantaste leggeri.

Un fiore di ciliegio
è la risposta, forse.
Taciuto a lungo il fregio
all’enigma, alle corse.

(p.33)

*

Controrepliche

I.

Era ambulante nonno
il padre di mio padre.
Con le pezze di stoffa
traversava i calanchi.

Serbo la discendenza
come viva memoria,
sudato testimone
della lampada accesa

(p.46)

*

8 settembre 1943

Mi hai raccontato tante volte, madre,
del giorno e delle corse
dalla casa al rifugio,
al tuo paese, tra i monti,
era già freddo.

Non avevi prescienza e nel tuo cuore
di ragazza, che serbi,
chissà cosa balzava col terrore.

Per questo oggi ti chiedo
e risposta m’è dono
il cuore del pensiero
e nell’idioma che tu prima mi hai insegnato
lo chiamo donna, «pensée».

(p. 63)

*

Di tanto azzurro

Non so se sono ancora la bambina
che facevi volare nel mattino
nitido e freddo al sole di dicembre.

La casa, poi il mio asilo e la tua scuola
dove da trafelata ti mutavi,
lingua-madre diventava il francese.

So che di tanto azzurro mi rimane
un fiocco, il cielo in testa e l’occhio desto,
pegno d’incanto, balzo, testimone.

(p.88)

Anna Maria Curci

Poesie scelte dalla raccolta “Opera Incerta”, Prefazione di Francesca Del Mare, L’arcolaio 2020

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