Undici anni fa la scomparsa della scrittrice lucana Gina Labriola

Undici anni fa il 2 aprile del 2011 è venuta a mancare a Marsiglia la scrittrice lucana Gina Labriola, che è stata e rimane la testimonial della Lucania nel mondo.

Gina Labriola è nata a Chiaromonte (Potenza) nel 1931 e si è laureata a Bari in Lettere Classiche.

E’ vissuta undici anni in Iran dove ha lavorato presso l’Istituto Italiano di Cultura di Teheran quale collaboratrice dell’ISMEO (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente), corrispondente dell’ANSA e lettrice presso l’Università di Teheran.

Ha vissuto poi in Spagna, a Barcellona e a Parigi. Ha insegnato per oltre quindici anni Lingua e Letteratura Italiana presso l’Università di Rennes in Bretagna.

La sua attività letteraria, ricca e articolata, spazia dalla narrativa alla poesia, dalla traduzione alla critica letteraria, alla pittura su seta. Le sue opere sono state tradotte in diverse lingue (francese, spagnolo, inglese e persiano) e hanno riscosso prestigiosi riconoscimenti nazionali e internazionali.

Tanti conservano i suoi libri con bellissime dediche personalizzate, le sue sete dipinte, gli oggetti e i monili che creava nel tempo libero, coinvolgendo gli amici e le persone che le stavano intorno.

Oggi, per ricordarla, ho scelto quattro poesie tratte da “Storie del pappagallo”, la sua ultima raccolta poetica, che nell’agosto del 2005 è stata presentata assieme alle sue sete dipinte alla libreria Guida di Francavilla in Sinni, grazie alla disponibilità e all’accoglienza di Sara e Policarpo.

Il libro ha un titolo curioso e stravagante, che riannoda ancora una volta, con filo di seta, le sue tre patrie (l’Iran, la Lucania e la Bretagna) e dove la scrittrice a mo’ di cantastorie racconta favole, poesie, aneddoti, attraverso la voce curiosa, allegra, divertita e anche un po’ civettuola di un pappagallo.

L’uovo

Mia madre
era una grossa tartaruga millenaria.

Sul suo guscio
diviso a quadrati
erano scritte storie d’amore
in caratteri cufici,
geroglifici, cirillici, latini,
in ebraico in arabo in cinese.
Tante storie forse tutte uguali
d’amanti morti o abbandonati
ma solo un uovo,
un grande uovo bianco,
io,
depositato sull’arena.

Ora sull’arena
hanno costruito una città.

Chiusa nel mio bianco,
così fragile,
vado rotolando per le vie
tra le gambe dei cani sull’asfalto
tra i tubi di scappamento,
e aspetto di nascere,
al sole che va e che viene,
chiusa nella mia caparbia
interezza solitaria,
io,
creatura di tante
storie d’amore tutte uguali
raccontate in geroglifici
in arabo, in cinese
sul guscio di mia madre.

(p.73)

*

Due bocche

(A Payandeh)

C’è chi nasce con un occhio solo
chi con due nasi
chi con tre gambe,
chi con la coda.

Chi ci vede poco,
chi annusa molto
chi scodinzola,
chi cade in piedi.

A me piacerebbe nascere
con due bocche,
una sull’altra.

Una è stanca di sorridere?
Comincia l’altra.

Ci dovrebbe essere sempre
un sorriso di riserva.

Una fettina di sole a mezzanotte
un triangolo di buio a mezzogiorno.

Nessuno sarebbe mai solo
con tutto il suo nero
con tutto il suo bianco.

(p.53)

*

Una cipolla

Vorrei sì, qualche volta,
essere solamente una cipolla
rosea, con la treccia bionda,
sfogliarmi, spogliarmi
dei sette veli della seduzione.

Mettere a nudo il cuore,
farti piangere, una volta almeno,
per andare poi raccontando in giro,
che hai versato per me
lacrime di passione.

(p.47)

*

Per farmi amare

Per farmi amare
volevo preparargli
una cena speciale.

Mi gettai in mare …
Anzi, veramente,
non proprio nel mare,
ma in acqua, in compagnia di aragoste
presuntuose
con tutta una panoplia
di inutili tenaglie,
corna, crosta, zampe corazzate
e stupite trote, votate al sacrificio.

Mi offrirono a lui
come una trota in un letto d’insalata.
Ammiccavo col pepe in un occhio
un ciuffo di prezzemolo in bocca
un domino di maionese,
per non svelarmi troppo presto.

“E’ un sapore che conosco!”
disse, e sputò una lisca di rimorso.

“Questo pesce non è fresco,
sentenziò, vedete che anche il gatto…”

Mi feci sparare nel petto:
una palla di piombo a posto del cuore,
“Lepre in salmì, con contorno!”
disse il trattore, e mi offrì a lui
su un guanciale di patate,
in un pigiamino di spinaci.

Sputai sangue sul tovagliolo.
“Questa roba non è cotta!
Che diavolo fate stasera?
Sono impazziti i cuochi?
Datemi un uovo!
Almeno un uovo!
Ma che sia di giornata!

Feci in tempo (un record!)
ad entrare nel culo della gallina.

“Ancora caldo, dottore!
Lo vuole a la coque?”

Col cucchiaino d’argento
mi rompe la testa,
ad uno ad uno, mi succhia i pensieri,
mezzi bianchi e mezzi gialli
un po’ buoni, un po’ cattivi,
alcuni ancora informi,
filamentosi inespressi
trasparenti
fino a quel pensiero maligno
che gli scricchiola tra i denti

(p.36-37)

In queste ultime poesie c’è un’ironia che esplode e si dilata a trecentosessanta gradi attraverso forme surrealiste, fantastiche e di trasfigurazione del reale.

Restano immutati i temi del passato, Gina ironizza sulla vita quotidiana, sul ruolo della poesia e dei poeti, sull’amore, sulla gelosia, sui tradimenti, sul sociale. A volte lo fa scopertamente, a volte utilizzando la maschera della parodia, delle filastrocche, delle antonimie.

Una poesia non elegiaca e melodrammatica, come potrebbe essere la poesia del ricordo e del ritorno, ma caratterizzata da levità, ottimismo, seppure a tratti vi serpeggino espressioni forti, pungenti e dirompenti.

Le Storie del Pappagallo (uscite per le Edizioni  ArtEuropa nel 2006, con prefazione di Luciana Gravina) o petite histoire, come amava definirle Gina, rappresentano l’approdo  a una libertà poetica creativa dirompente, contagiosa e liberatoria, il cui segno distintivo è rappresentato dal viaggio, dalle sue partenze e dai suoi ritorni, dalla sua cultura nomade e multietnica, che passando dalla Grecia alla Persia, dalla Francia alla Bretagna, fino alla Lucania, si dilata a ventaglio al mondo fantastico e magico delle “Mille e una notte”, lasciandoci l’immagine di una cantastorie d’altri tempi, che con i suoi versi e i suoi racconti affabulava e incantava i suoi lettori, grandi o piccini che fossero.

Maria Pina Ciancio

 

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