Maria Pina Ciancio conversa con Roberto R. Corsi su “La perdita e il perdono”

foto, roberto r. corsi

Concedetemi, almeno, l’onore
di tenermi per persona educata:
vi rendo la Poesia
esattamente come,
anni fa, l’ho trovata.
(Roberto R. Corsi, p.25)

Mi colpisce sempre molto positivamente la scrittura ironica e autoironica, perché l’ironia è sempre l’opposto della mediocrità. È la capacità di leggere la realtà in modo originale ed è un’arma potente, più potente dello scontro diretto. Il tuo ultimo libro, “La perdita e il perdono” (Pietre Vive, 2020), ma la tua scrittura in genere, viaggia a trecentossesanta gradi sul filo dell’ironia, della parodia, del burlesco. E lo fa con nonchalance ed eleganza. Non stanca, insomma. Io devo dire che ho riflettuto, ma mi sono anche divertita tantissimo di fronte alla tua abilità nel plasmare e maneggiare i versi e le parole. E ho provato anche una certa ebbrezza di fronte alla tua genialità creativa, a tratti difficile da afferrare ed intendere, ma sull’intendere, credo, giustamente  –come recita il buon detto- “chi he ha orecchie per intendere intenda”.

E dunque, partiamo dalla copertina, che ho trovato bellissima.  Si tratta di una scelta casuale, puramente estetica, oppure sottende un’intenzionalità comunicativa?

La foto in copertina è stata scattata dall’Editore, Antonio Lillo. Inizialmente ci eravamo orientati verso alcune opere pittoriche del novecento. Ma, quando Antonio mi ha proposto quest’immagine, non ho potuto che trovarla aderente alla mia vita e dunque alla mia poesia. Sulla spiaggia della Riviera Apuana e della Versilia, che frequento da mezzo secolo, hanno avuto luogo momenti-chiave della mia esistenza; lì, soprattutto nell’ora dorata poi rosea di tramonto e crepuscolo, o nella solitudine della bassa stagione, sono scoccate molte scintille che si sono trasformate in versi. A riprova della pertinenza della copertina, il libro si apre con la riscrittura di una poesia nata in riva al mare nel 2004 e rielaborata nello stesso luogo quindici anni dopo. Infine, le bandiere rossa e gialla, come ogni habitué della spiaggia sa bene, significano rispettivamente “pericolo” (nella balneazione) e “sorveglianza affievolita”. Due chiavi che non mi dispiacerebbe si applicassero anche alla mia raccolta! Ma questa bella suggestione, per essere sincero, mi ha colto a progetto già in stampa.

Nella prefazione mi ha tanto divertito l’apertura “Al Panfilo! Al lettore”. Vuoi svelarci qualcosa su questo aneddoto così sagace e bizzarro?

Si tratta di una citazione da un film noir con Andy Garcia, Cosa fare a Denver quando sei morto. I gangster si salutavano tra loro dicendosi «Al panfilo!» come augurio di far fortuna, smetterla con malavita e gattabuia, ritrovarsi tutti insieme a svernare su una barca di lusso. Ho voluto accostare questo augurio al classico Al lettore, non perché io consideri poeti o lettori dei gangster! Ma perché, sotto sotto, auguro ai miei colleghi (che costituiscono gran parte dei lettori, dato che per lo più ci leggiamo tra noi) di far fortuna. Del resto, come puoi riscontrare in una poesia a p. 29, non mi unisco alle frequenti lodi alla marginalità e alla gratuità della poesia: sono portato a credere che la poesia (nelle due componenti di scrittura e di studio) sia per sua natura una disciplina a vocazione totalizzante; essa richiederebbe tutto il nostro tempo. Di conseguenza, spartirla con le necessarie fatiche della vita la rende in ogni caso meno pregiata di quello che sarebbe potuta essere. Un panfilo ci farebbe senz’altro scrivere meglio, insomma. Il dibattito ci porterebbe troppo in là.

Mentre leggevo il tuo libro ti ho immaginato sornione e divertito di fronte all’atto creativo. Tu cosa provi in quei momenti preziosi in cui la parola germoglia e inizia il processo di tessitura poetica?

Nella mia poesia il grottesco e l’autoironia che hai saputo cogliere (e ti ringrazio) sono indissolubili da una visione tragica dell’esistenza. Un po’ come le due maschere del teatro, raffigurate sempre in coppia. Nella mia vita, contrassegnata da un’ansia generalizzata che mi porto dietro da quando ho memoria, l’ironia e l’autoironia, la contemplazione del surreale, persino il clownesco, sono sempre stati meccanismi necessari alla sopravvivenza: una valvola a pressione, qualcosa che salva dall’abisso del pessimismo più totale. Ma anche quando i miei versi restano cupi, scrivere rappresenta comunque il rilascio di una tensione. La mia poesia, infatti, è spesso strutturata in senso analogico o induttivo: un episodio, una lettura, un particolare, spesso insignificante per i più, genera una gnome, ossia una massima, rigorosa o surreale che sia. Questo conseguimento, quando mi balena in testa e quando lo “stendo” nella sfoglia dei versi, è come il cortisone per chi ha una crisi d’asma: mi fa fare un bel respiro, mi euforizza, mi libera e dà un senso alla giornata. Quest’euforia – magari fugace, perché la vita è sempre in agguato – è ciò che provo quando scocca l’intuizione poetica ed è ciò che, in ultima analisi, mi rende impossibile concepire un solo giorno senza almeno un’annotazione, un frammento.

Victor Hugo scrive che “è dall’ironia che comincia la libertà”: concordi con questa sua affermazione?


Totalmente, e con doppia valenza, individuale e collettiva. Lautoironia, assieme alla poesia confessionale (mi è cara una frase dello scrittore Jens Bjørneboe: «Scrivi in modo che ogni cosa che scrivi possa essere usata contro di te»), è unottima terapia (benché mai risolutiva) per liberarsi del proprio ego. In più, ironia e satira, assieme alla poesia civile, sono il canarino in miniera, la cartina di tornasole per valutare la concreta libertà despressione di una comunità in un determinato periodo.

Ho notato che nella tua scrittura ti muovi spesso tra il detto e il non detto, in bilico, e che ti piace creare un’aura di mistero e di noir. E’ una scelta affabulatoria o la consapevolezza che è proprio in questa dimensione implicita che si nasconde il senso della narrazione, il vero motore della letteratura e della poesia?

Credo che sia più un fragile equilibrio dinamico, una combinazione di quanto ti scrivevo sopra. Avverto una forte spinta confessionale e di  trasparenza (che si è espressa soprattutto nel mio libro del 2015, Cinquantaseicozze), ma sono sottoposto da sempre ai freni a mano del mio temperamento molto mite (diciamo pure pavido) e dellambiente esterno. Per cui a volte squaderno; altre volte nascondo, suggerisco. Anche i molti riferimenti culturali – i Miti cui mi rifaccio nel mio libro desordio, oppure le citazioni (per esempio, da brani o arie della musica classica) che inserisco nel testo – non hanno una finalità di sfoggio derudizione, come purtroppo talvolta mi è stato imputato. Per me la cultura non è un dato freddo ed esterno da esibire, ma qualcosa di carnale, di vivo, che assimilo e riutilizzo correntemente. I riferimenti servono caso mai come ipertesto verso una suggestione ulteriore; beninteso, senza alcun pregiudizio o detrimento di chi non coglie quel dettaglio e si gode (speriamo!) il testo su un piano più letterale. In breve, punto a più livelli di lettura (altra questione è se io riesca a realizzare lo scopo).

La tua scrittura è carica di energia e di vitalità. Dentro ci ho trovato tantissime cose. Volti, fatti pubblici e privati, riferimenti e citazioni letterarie. Ma soprattutto mi ha colpito l’autoriflessione, quasi un’esegesi sulla tua poesia e sul linguaggio poetico, un mettersi di traverso rispetto  alla tradizione e al contesto letterario. Un modo per indicare, forse, che il percorso della poesia, e della letteratura è arrivato ad una soglia?

Se non erro (devo la scoperta a un caro amico, il prof. Lorenzo Bastida, che ha dedicato al libro una finissima analisi sul suo canale Youtube), possiamo chiamarla metapoesia, ossia poesia sulla poesia. Non sempre essa è percepita come qualcosa di nobile o meritevole; a me invece sembra una sostanza poetica naturalissima, proprio perché, se scrivere è mettersi a nudo, qualunque discredito o rifiuto della nostra poesia è un rifiuto esistenziale forte che tocca noi stessi, le nostre corde più intime eautentiche. Quindi è, o produce, una frattura che spesso vale la pena di mettere in versi. Il libro abbonda di metapoesia; la riflessione comincia dal tragicomico di come vengono talora trattati i miei versi e il loro autore (ciò che appunto genera il mio scoramento), per spingersi alla percezione di un ambiente poetico non esattamente sindacale, che non mi appare cioè curare linteresse di categoria; fino a toccare il vivo della nostra dannazione, ossia, per usare le parole di Virginia Woolf di quasi un secolo fa, «la notoria indifferenza del mondo»alla poesia, quelleccesso di offerta rispetto alla domanda da cui consegue il detto «i potenti poeti nella miseria morti».

La Toscana, che è anche la tua terra, è stata la patria indiscussa, almeno fino al Settecento, di un filone poetico in cui i poeti hanno manifestato una capacità di leggere la realtà in modo burlesco, ironico e originale. Raccontaci chi sono gli scrittori (o i poeti) che senti più affini e che ti piace leggere.

Devo temperare il possessivo: sono toscano solo per metà e soprattutto non ho una città o un luogo, in Toscana o altrove, che io senta autenticamente mio. Amo dirmi cittadino della mia terrazza, almeno finché posso pagarne gli oneri. È un fatto di temperamento e di vicende familiari. Vero è che vivo in Toscana da sempre e vi risiedo stabilmente dai primi anni ottanta. Per ciò che posso osservare, la capacità di lettura ironica cui accenni resiste nei borghi, nel parlato; nella gente, più che nella scena poetica. Lo affermo non certo per fare il Savonarola, ma solo per giustificare il fatto che i modelli di affinità che ti citerò non provengono dalla Toscana. Due toscani, Annino e Caproni, li ho nel cuore, ma come Numi e non come modelli stilistici, perché sono inarrivabili (benché tu abbia generosamente posto in esergo un mio tentativo di imitare il secondo). Mettiamola così: se ti dovessi indicare due libri che vorrei aver scritto io – per felicità dispirazione, di trasparenza, di commistione tra registro grave e lieve – menzionerei Finestre alte di Philip Larkin e L’ascia e la rosa di Luis Alberto De Cuenca (ristampatelo!); aggiungo un libro recentissimo che ho adorato per la sua complessa aderenza al mio vissuto, ossia Se volessi potresti alzarti e volare di José Carlos Rosales. Ma quando penso, più che a un libro, a un Autore, non posso che andare con la mente al tuo corregionale Vito Riviello, di cui mi sono troppo brevemente occupato anche di recente, per un magazine. La sua opera in versi, comica ma con più duna venatura malinconica, la sua vicenda di poeta spesso pre-giudicato (l’impianto tenorile, metafisico, liturgico della nostra tradizione non perdona la comicità!), trascurato in vita per la sua poca predisposizione caratteriale allautopromozione, obliato post mortem fino alla provvidenziale riedizione in digitale dellopera omnia… sono tutti aspetti che mi affratellano a lui.

Nel ringraziarti per questa bellissima chiacchierata, ti chiedo di scegliere una poesia tratta dal tuo ultimo libro per i lettori di LucaniArt.

Sono io che vi ringrazio; per non rubare altro spazio e dare un breve assaggio metapoeticodi commistione tra ironia e disincanto, vi ammannisco i pochi versi della poesia Una storia vera a p. 41:

Mi batte piano sulla spalla: «Scusa,
possiam fare una foto tra poeti?»
«Con piacere! Io, che sono il più alto, magari sto in fondo…»
«Ehm… veramente tu dovresti scattarla».

(Roberto R. Corsi)

[Intervista rilasciata al Magazine LucaniArt, 4 ottobre 2022]

La copertina del libro:
https://www.pietreviveeditore.it/prodotto/la-perdita-e-il-perdono/

Il sito web del poeta Roberto R. Corsi:
Roberto R. Corsi
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