RECENSIONI/ Almarina di Valeria Parrella

UNA RECENSIONE DI ANTONELLA MALVESTITI

Valeria Parrella, Alemrina, Einaudi 2019

“Non saprò mai dire se é Napoli o se sono io. Se mi grava addosso tutta assieme perché sono stati giorni plumbei, pieni di paura e dubbi, e sospetto. Oppure se è davvero la vista del palazzaccio dall’altra parte del cancello, l’onda gialla che gonfia, le cupole sotto le nubi, architravi troppo pesanti perché una donna sola possa reggerli. Se é fatta la realtà, di terrazzi irraggiungibili, poteri irraggiungibili come li raccontano; oppure siamo solo noi in uno di quei giorni rari in cui, vestiti bene, affrontiamo le scale che ci cambiano la vita.”

Valeria Parrella inizia così il suo “ALMARINA”, romanzo finalista al Premio Strega 2020.

Un incipit denso di immagini interiori e di panorami dell’anima, oltre che della realtà.

Non so se possa essere azzardato, ma quando ho letto questo incipit, ho pensato a “Le città invisibili” di Italo Calvino. Alle costruzioni sopraelevate di cui Calvino parla spesso nelle “sue” città, spazi irraggiungibili o accessibili solo a pochi, così come la Parrella ci mostra una città, quella del carcere minorile, immersa in un’altra, Napoli.

Gli “architravi” della città sono gli stessi che pesano nella vita di Elisabetta Maiorano, insegnante in un carcere minorile che ogni giorno varca il cancello del “palazzaccio” per incontrare un gruppo di giovani detenuti a cui insegna Matematica.

Elisabetta crede di lasciare la sua vita al di fuori, in realtà la porta sempre con sé nelle stanze del carcere, nel tentativo di superarla e ricostruirla.

Rimasta vedova del marito Antonio, Elisabetta vive sola e la sua è una solitudine in cui riaffiorano ricordi e il passato é costantemente il suo presente.

“Il momento del conforto è nel tempo della svolta…dentro la sbarra ma ancora fuori dal carcere, nella mattina fredda…io e il bagagliaio della vita faticosa….mollerò gli ormeggi da quella vita di usura che mi é capitata….”

Elisabetta è in costante ricerca, spesso anche inconsciamente, di andare oltre. Riappropriarsi di se stessa prendendo coscienza di chi sia veramente.

E lo fa attraverso la figura di Almarina, una ragazzina detenuta con una storia di violenza e privazioni fisiche ed affettive.

Tutto inizia quel giorno in cui qualcuno le dice :” Professore’, oggi a lezione c’è una ragazza nuova.”

Ancora prima di conoscerla, ad Elisabetta bastano poche e scarne notizie e gli occhi di Almarina per sapere: “….dentro il foglio c’è dunque questo uomo che la violenta e poi le rompe le costole, suo padre. E un fratello….che aveva sei anni quando lei lo ha portato in Italia….”

…”dentro il foglio” …la scrittura della Parrella é immersiva direi. Sa denotare con poche parole stati d’animo e sensazioni e avvenimenti legati anche a più personaggi contemporaneamente.

Scrive come se parlasse a se stessa.

Il racconto di due solitudini apparentemente assai lontane, che però si intrecciano per poter ritrovare una dimensione umana accettabile, che possa essere degna di essere vissuta.

“Della mia borsa faccio un sacco, l’ammucchio, la schiaccio….dentro ci lascio la solitudine della figlia unica, l’orecchio dolente di una malattia esantematica, l’ombra che mi terrorizzava di pomeriggio. Quella risposta inopportuna per cui mia madre non mi parlò per giorni….Il primo attacco di panico a Parigi…e la vacanza con un uomo più adulto di me, nella quale piansi tutti i giorni…”

Ecco, Elisabetta tenterà di fare un sacco della sua vita. Parla di sé, …”di come mi faccio forte per non crepare”, lo fa attraverso la frequentazione che avrà con Almarina….e riuscirà a scoprirsi nuova.

Antonella Malvestiti

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